IL FILO DEL SE’. ESSERE DONNA. IN ME UN’ALTRA TE
Laboratorio di scrittura autobiografica

Un laboratorio di scrittura autobiografica dedicato al sentirsi donna, di riflessione sull’Essere Donna, donna come essenza e manifestazione del mondo e nel mondo. Una giornata di immersione e co-generazione, aperta a chiunque si senta di dare il proprio contributo. Una giornata per essere sè, condividere, ri-conoscersi e intrecciarsi. Una giornata che è un dono per sè di cui beneficerà tutta la comunità.

Il laboratorio Essere Donna. In me un’Altra Te, è un laboratorio in un unico incontro, un momento di scambio, ascolto e riflessione sul sentirsi donna, uno spazio-tempo per fare i primi passi nella scrittura autobiografica e nelle arti che contaminandosi daranno vita ad un’installazione che verrà esposta e rimarrà nella Sala Adorni per tutto il mese di marzo, come dono alla cittadinanza. Reciprocità e Rispecchiamento le parole chiave del lab  e per chi parteciperà. un’esperienza di condivisione e intreccio di storie sul sentirsi donna.

Sala Adorni – Biblioteca Civica di Sorbolo (PR)

Domenica 2 marzo 2025 Laboratorio dalle 9 alle 15

Alle ore 18 presentazione dell’esito aperto alla cittadinanza con buffet offerto 

Scarica la locandina

 

Alcune foto dell’installazione e del progetto visitabile per tutto il mese di marzo, secondo gli orari di apertura.

 

IL FILO DEL SE’

Biografie e Arti
Laboratorio di Scrittura Autobiografica

Il laboratorio di scrittura autobiografica “Il Filo del Sé” è un percorso formativo in cui le persone partecipanti fanno esperienza di sé attraverso la scrittura autobiografica. Il laboratorio non presuppone la conoscenza di strumenti letterari ed è aperto a tutti coloro che sentono di voler fare un’esperienza di autoconoscenza e incontro con sé attraverso la parola e la scrittura.

Scrivere la nostra storia

La scrittura è come un ponte che permette a ognuno di noi di osservarsi e riscoprire se stessi grazie al processo di bilocazione cognitiva insita  nell’atto di scrivere, così come dice Duccio Demetrio. Il laboratorio “Il Filo del Sé” promuove la crescita personale e fonda la sua metodologia sull’integrazione degli studi di autobiografia di Duccio Demetrio e di Ecobiopsicologia. Nel laboratorio attraverso i diversi incontri tematici vivremo un viaggio dall’io al noi e faremo l’esperienza di come essere in questo viaggio autobiografico soli insieme ad altri. Attraverso il laboratorio cercheremo di ri-cucire, mettere insieme, tessere di nuovo con il metaforico Filo del Sé, parti della nostra storia, parti di noi.

L’esperienza

Il laboratorio è un tempo di riflessione, un tempo di cura per se stessi condiviso con altri.
Il laboratorio è uno percorso formativo in cui le persone partecipanti, intenzionalmente, fanno esperienza della narrazione di sé attraverso la pratica della scrittura autobiografica, in gruppo. Essere da soli in gruppo significa stare in relazione e interazione, significa vivere la condivisione nel rispetto di tutti. Il laboratorio rappresenta lo spazio – rassicurante e rispettoso – dove le persone partecipanti, con adeguate sollecitazioni narrative su specifici temi, sono invitate e incoraggiate: al racconto di sé e di parti della propria storia alla presenza dell’altro/a da sé; alla lettura e condivisione facoltativa delle scritture o altri prodotti autobiografici; all’ascolto ricettivo delle narrazioni altrui, allenando la sospensione del giudizio; alla riflessione e meta-riflessione sull’intero processo mentale, cognitivo ed emotivo attivato. Ogni incontro di laboratorio prevede dei movimenti che ne costituiscono la trama interna e la cornice che accompagnano i partecipanti gradualmente all’esplorazione di sé attraverso la scrittura autobiografica. La forza del laboratorio è la contaminazione generativa tra le arti e i saperi, che permette di vivere un’esperienza tridimensionale di sé.

LABORATORI IN PARTENZA NEL 2025

IL FILO DEL SE’: TESSERSI CON CURA
Laboratorio di scrittura autobiografica

Sala Adorni- Biblioteca Civica – Sorbolo (PR) 

Il “Filo” viene individuato come metafora dell’autocoscienza, del processo di autoconoscenza, autoapprendimento e autoesplorazione insito nel processo di scrittura autobiografica. Il “Sé” fa riferimento alle nostre profondità, a ciò che autenticamente ci muove nel mondo come individui e persone. Un laboratorio per Tessere Se Stessi “Con Cura”, ossia dedicando tempo a se stessi, occupandosi di se stessi all’interno di uno spazio disteso, un contenitore sicuro, in cui ritrovare le profondità di sé nella leggerezza e nel piacere. Nel laboratorio si affrontano tematiche esistenziali archetipiche. È strutturato in cinque incontri di due ore.

29 gennaio 2025
5 febbraio 2025
12 febbraio 2025
19 febbraio 2025
26 febbraio 2025

dalle 17.30 alle 19.30

è SOLD OUT!!

CONDUTTRICE

Francesca Violi, Psicologa Psicoterapeuta specializzata presso Istituto ANEB. Terapeuta EM DR. Maestra d’Arte. Mindfulness. Cultrice di scrittura autobiografica ed esperta nella conduzione di laboratori autobiografici (LUA). Amante di libri e della lettura. Autrice di diversi articoli e scrittrice.

Vivere e comprendere: come l’Ecobiopsicologia “abbraccia” la vita

 

Di Francesca Violi – Psicologa, Psicoterapeuta specializzata presso Istituto ANEB. Terapeuta EMDR. Counselor Psicosomatico e Biografico. Autrice di diversi articoli e scrittrice.

 

Abstract: Vivere, Comprendere, Immaginare, Narrare e Riflettere. Cinque movimenti per “abbracciare” la vita tra Biografia ed Ecobiopsicologia. La vita come unica maestra e il pensiero ecobiopsicologico come sguardo per coglierne i movimenti a partire dalla nostra unicità e complessità.

 

È così che lo “sguardo” del terapeuta ecobiopsicologico – non solo lo sguardo della vista ma lo “sguardo” di tutto il corpo-mente del terapeuta – abbraccia, collega, crea connessioni e legami, si libera attraverso lo spazio e il tempo, con leggerezza e precisione. Il suo sguardo è periferico, panoramico perché non sono solo gli occhi a guardare ma l’intero suo essere nella sua presenza sensoriale e immaginativa.

L’articolo è sintesi della relazione per la XIV edizione del Festival della Complessità 2024 dal titolo Complessità in Pratica: Vivere, Decidere, Agire, 28-29 giugno, San Marco D’Alunzio (ME).

Pubblicato in https://www.aneb.it/vivere-e-comprendere/

 

Vivere

«Quando la Vita diviene la prima e la maggiore delle Arti, tutte le altre non sono che un’introduzione meno nobile, e anche la scienza se vuole penetrare l’intima essenza delle cose deve essere in grado di suggerire emozioni e stati di animo, […] deve diventare un’Arte poetica, perché la Vita è soprattutto musica, in cui armonicamente si fondono le leggi matematiche del suono e le impressioni indefinite dell’anima» (Frigoli, 2024, pp. 16-17). La vita dunque come vera maestra.

Cosa sappiamo oggi della vita e dell’universo? Le esplorazioni quantistiche hanno dimostrato che esiste una Sorgente nell’universo da cui scaturiscono le informazioni. Questa Sorgente è costituita da una matrice (vuoto quantistico) in cui particelle virtuali in continuo fermento danno origine all’universo manifesto. Oggi, infatti, si pensa che i principi fondamentali dell’universo fisico siano descrivibili in termini di eccitazioni vibrazionali o forme d’onda in-formative che pervadono tutto l’universo manifesto. Per descrivere questa sorgente di «vuoto quantistico», che in realtà è un pieno di particelle fluttuanti, si parla di Campo Akashico derivando tale termine dal sanscrito Ākāśa, per definire lo «spazio omnipervasivo» da cui deriva tutto ciò che percepiamo, e a cui tutto ritorna. La comprensione del campo Akashico o Campo A rivela come l’universo è stato in-formato, ovvero come ha assunto la propria forma.

Tutte le strutture materiali dell’universo, tutte le sue forme concrete, sono considerate eccitazioni intrecciate (entangled) dello stato fondamentale di questa matrice cosmica. I sistemi che appaiono come oggetti composti di materia, si manifestano localmente nello spazio-tempo ordinario, ma in realtà sono configurazioni intrinsecamente intrecciate all’interno di questa matrice.

L’in-formazione[1] che governa le configurazioni dell’energia strutturata nello spazio e nel tempo, ovvero le singole forme dell’universo, è di natura olografica. I sistemi viventi in questa prospettiva sono configurazioni autonome di ordine superiore di energia in-formata, che nascono nell’universo quando sono disponibili ambienti fisico-chimici favorevoli. La realtà non sarebbe altro che un gigantesco ologramma che cambia in continuazione tramite un «olomovimento» al quale il nostro Sistema Nervoso Centrale è connesso tramite la capacità di decodificare i «fasci di frequenze» in-formativi provenienti dai cinque sensi.

La biologia evoluzionistica, poi, nel considerare che ogni forma vivente presenta uno schema identico, quello di rispondere alle leggi dell’«autopoiesi» e della «cognizione», specifica una conseguenza teorico pratica importantissima, che la mente è insita nella materia ad ogni livello in cui si manifesta la vita, e nel caso dell’uomo sin nelle sue cellule, organi e apparati, al di là del Sistema Nervoso Centrale. Questi processi di cognizione periferica potrebbero essere assimilati al concetto di inconscio collettivo studiato dalla psicologia analitica junghiana (Frigoli, 2013), tanto che un noto scienziato come Joseph Le Doux non esita ad affermare «che cosa sono i processi inconsci? In realtà includono tutto ciò che il cervello fa, dal mantenimento della frequenza del battito cardiaco, dal ritmo respiratorio, dalle contrazioni dello stomaco, dalla postura, al controllo dei vari aspetti della vista, dell’olfatto, dell’agire, del sentire, , del parlare, del valutare, del giudicare, del vedere, dell’immaginare» (Le Doux, 2002, p.17).

 

Comprendere

Dal verbo latino prehendere cum, col significato di tenere insieme e riorganizzare, contenere in sé, racchiudere, includere, afferrare. “Abbracciare” se vogliamo usare una metafora che nella forma del cerchio aperto tenga insieme la multidimensionalità della vita. Immaginiamo per un attimo il gesto dell’abbracciare.

All’inizio apriamo le braccia arrotondandole, mimando un cerchio aperto in un arco frontale, ad accogliere ciò che arriva, ciò che c’è. Poi stringiamo a noi lievemente l’Alterità, chiudendo momentaneamente le braccia, tenendo insieme dentro di noi tutto l’altro, avvicinandolo, la portiamo vicino al cuore. Poi dopo quel tempo in cui abbiamo la possibilità di tenerlo vicino, sentirlo, respirarlo, conoscerlo nell’intimità del tocco, poco dopo, di nuovo le braccia si riaprono e lasciano andare. Rimangono con noi tutte le in-formazioni di quell’incontro. L’abbraccio è reciproco. Due alterità si abbracciano. Di nuovo di fronte ad ogni Alterità, il cerchio si apre in un movimento che è un respiro – inspiro porto dentro, espiro, porto fuori – che è un battito, un istante.

La complessità considera i fenomeni Natura-Uomo-Universo non come modelli teorici chiusi, governati da leggi precise, ma come modelli aperti che richiedono «di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra ciò che è disgiunto, e sforzarsi di comprendere la multidimensionalità, di pensare con la singolarità, di non dimenticare mai le totalità integratrici» (Morin, 2007, p. 35).

Ecco che l’immagine dell’abbraccio diventa nelle parole di Morin un abbraccio, non solo fisico, ma soprattutto una predisposizione mentale alla vita.

Il comprendere dunque ha a che fare, direbbe l’Ecobiopsicologia, con l’Intelligenza del Cuore (Breno, 2024, II Congresso Nazionale di Ecobiopsicologia), Corbin afferma che per affrontare lo studio dell’anima occorre che il pensiero del cuore si apra alla ricerca di una dimensione specifica, qu

ella data dalla potenza immaginativa. Definisce questa potenza del cuore attraverso la parola himma. La himma, come spiega Corbin, è assai affine alla parola greca enthymesis, che esprime la possibilità di dare realtà alle figure dell’immaginazione, evidenziando la loro dimensione di creature autentiche e non certo fabbricate da noi. La filosofia sottesa alla himma è dettata da un philos (= amore) che nasce nel cuore – ovvero la materia della nostra anima – e sottende l’idea che il nostro cuore è un cuore che pensa in modo immaginativo.

Immaginare

È una facoltà della mente, insieme alle altre facoltà quali memoria e ragione. Quando parliamo di Immaginazione ci riferiamo alla rêverie e coscienza aurorale di Bachelard. «Il subconscio mormora costantemente, ed è ascoltando questi mormorii che si ascolta la verità» (Bachelard, 2007).

Ci riferiamo allo Stato di Mag dei Zoroastriani, che corrispondeva a uno stato di essere «accentuatamente attivo», provocato consapevolmente mediante una pratica precisa sintonica alle relazioni analogiche fra i piani differenti della realtà, in cui il praticante non aveva attenuazione di coscienza o di volontà, ma soltanto una spinta propulsiva interiore di eccitazione della potenza del cuore.

Ci riferiamo alla Vera Imaginatio e alla pratica dell’Immaginazione Attiva di Jung, per il quale le immagini sono Immagini «con vita propria e l’immaginazione un atto che crea con il reale e sul reale» (Jung, 1997, p. 176).

Dunque immaginiamo il momento del concepimento. Nel buio una scintilla, seguita da incessanti mormorii, generanti la vita, generati dalla vita, in cui tre forze danzano a dar forma a un corpo: Sé[2], Ambiente[3] e Ereditarietà[4]. Danzano e nel tempo tessuti, organi, apparati prendono forma, si auto-organizzano sulla spinta della vita. La danza continua e gli organi continuano a darsi forma fino a successive tappe, come punti che compongono una retta, tappe inseparabili nel continuum una dall’altra, separate solo dalla mente analitica nel suo sforzo di cogliere la vita. Ecco che a due-tre anni, momento in cui anche il Sistema Nervoso Centrale termina la sua maturazione con l’emisfero sinistro, accade un evento unico, un punto di non ritorno, un’altra scintilla. Il bambino che all’inizio è un grande organo di senso immerso nel tutto, tra i due e i tre anni, dice per la prima volta “io”, atto che avviene in concomitanza con la verticalità e la liberazione della mano. Nasce così la coscienza riflessiva, propria dell’essere umano. Il pensiero e il linguaggio iniziano il loro sviluppo sostenuti dall’immaginazione. Nasce la memoria.

Narrare

«Attraverso la vita si deve arrivare alla narrazione» (Zoja, 2023, p. 120). Questa citazione di Zoja, psicoanalista e sociologo italiano, a mio avviso sintetizza pienamente come la narrazione sia un frutto della vita stessa.

Se definiamo il termine “Complessità”, che deriva da complector: etimologia: dal latino cum e plèctere ovvero intrecciare, tessere insieme, balza subito all’occhio come termini quali tessuto, intreccio, tessere, intrecciare, siano parole anche della narrazione, parole della vita.

«Potremmo dunque dire che complesso è qualcosa di intrecciato più volte. Complessità evoca una pluralità di componenti, ma anche un’idea di unità: è quasi un ossimoro» (Ceruti, Parisi, 2013), Ceruti, filosofo protagonista dell’elaborazione del pensiero complesso, con queste parole ci presenta il tema dell’unicità e della pluralità, dell’unità e della molteplicità, delle multidimensionalità dei sistemi complessi, dei sistemi viventi.

È allora che nella narrazione della nostra storia biografica, nella soggettività e nell’unicità di ognuno di noi che si racconta e si narra è possibile ritrovare la complessità del mondo, della natura, della vita. La narrazione, differisce dalla semplice comunicazione, in quanto è ricca di elementi salienti emotivi, di viva esperienza e di corporeità. Vediamo allora come la narrazione sia alla base del nostro sviluppo umano e come la frase inziale di Zoja trovi conferma nelle parole di Daniel Stern, psichiatra e psicoanalista statunitense, fra i principali studiosi nel campo dello sviluppo psicologico infantile.

Secondo il modello di Stern, già nei primi mesi di vita il bambino si rapporterebbe attivamente alla realtà ricavando, dalle precoci e isolate stimolazioni sensoriali che riceve, un emergente senso di sé che andrebbe a strutturarsi e consolidarsi negli anni successivi all’interno della relazione con la madre. Oggi sappiamo che questo processo inizia ben prima, dal concepimento. Per il bambino, dice Stern, il corpo è il primo punto della conoscenza di sé tramite il quale e con il quale costruisce, in relazione con l’ambiente, il senso di sé che egli articola in quattro passaggi: 1. Sé emergente (dalla nascita fino ai 2 mesi, il senso del sé deriva dal collegamento di esperienze isolate relative al corpo, alle azioni e dell’esperienza che il bambino fa di tale processo); 2. Sé nucleare (dai 2 ai 7 mesi, occorre che il bambino compia una serie di esperienze, si sperimenta autore delle proprie azioni, si sente come un’entità fisica interna, sperimenta stati interni e in sintonia con l’adulto, sperimenta il senso della durata e della memoria); 3. Sé soggettivo (dai 7 ai 15 mesi, il bambino scopre che l’altro ha sentimenti, motivazioni, oggetti e intenzioni. Quando scopre che anche gli altri possono avere uno stato emozionale simile al suo è in grado di sperimentare l’intersoggettività; questo riguarda 3 aree dell’esperienza: compartecipazione dell’azione, compartecipazione delle interazioni, compartecipazione degli stati affettivi); e infine 4.Sé verbale o narrativo (dai 15 ai 18 mesi, acquisizione del linguaggio, il senso del sé e dell’altro acquista nuove caratteristiche).

Il Sé narrativo è base del senso di sé che si stabilizza in quel nominarsi in prima persona di cui abbiamo detto prima. La narrazione diventa la misura partecipativa dell’uomo alla vita stessa. Una narrazione che pone le basi nell’immaginazione e nel pensiero simbolico di Piaget, in cui il bambino attraverso il gioco e l’esperienza immaginativa del corpo sviluppa via via la capacità immaginativa stessa, base imprescindibile per la parola e la narrazione di sé.

«Tutto ciò che può essere immaginato è reale» (Pablo Picasso)

Lo sviluppo della capacità immaginativa legata al corpo, al gioco, all’esperienza del bambino del mondo e delle relazioni, è la base per la narrazione.

Riflettere

Nella nostra storia si riflette la storia del mondo, dell’universo. Il corpo dell’uomo è mandala simbolo dell’universo, microcosmo nel macrocosmo. Come in uno specchio, io guardo e vedo la mia immagine enantiomorfa, nel movimento circolare opposto, colgo la polarità che mi completa. Nella mia storia vedo la storia dei miei famigliari, la storia della mia nazione, la storia della mia terra, la storia della natura. Nel mio narrare autobiografico lo sguardo può farsi panoramico, gli intrecci si dipanano, i nodi e gli snodi si evidenziano e lo sguardo diventa sferico, olografico intorno a me, aprendo squarci nell’infinito, oltre il mio essere.

Il tema della biografia (Violi, 2023, pp. 75-82), dal greco bio vita e graphos scrittura, riguarda ognuno di noi. Non si tratta solo di un interesse per la propria vita, per il proprio destino, ma anche di un desiderio di comprendere le forme sorprendenti e diverse attraverso le quali si dispiega la vita degli altri, dell’Universo. La conoscenza di sé e la conoscenza del mondo sono, come dicevamo, interconnesse in maniera intrinseca e imprescindibile.

La nostra bio-grafia contiene in sè, psicosomaticamente parlando, la biografia delle piante, degli animali, dei minerali, la biografia della Terra e dell’Universo, racconta e svela quel profondo e inscindibile legame tra microcosmo e macrocosmo, disegnata dalla continuità dei ritmi e dei rapporti analogici. L’ontogenesi ricapitola la filogenesi direbbe Ernst Haeckel, ad aprire domande e riflessioni sul nostro sviluppo e il parallelismo con lo sviluppo filogenetico della vita.

Ogni biografia è un fatto personale e collettivo, un fatto sociale. In ogni biografia personale possiamo vedere l’intreccio, l’entanglement della vita e vedere come il nostro divenire è direttamente intrecciato e interdipendente al divenire degli Altri, del Mondo, della Natura.

Duccio Demetrio ci parla infatti di “molteplicità dell’Io narrante”, in quello che lui definisce «la rivelazione di essere stati molti io. » (Demetrio, 1996, p. 16) che obbliga a riconoscere ogni storia individuale inesistente se non può essere messa nelle condizioni di raccontarsi e di entrare in risonanza con le storie degli altri. Ribadendo l’inseparabilità dei un Io dal Noi e rivelando di conseguenza che ciascuno di noi è le molteplici storie con le quali è, o è stato in contatto.

E ultimo, ma non ultimo per quanto riguarda la complessità, parafrasando Gregory Bateson, potremmo dire che noi apprendiamo per storie e siamo tutte le storie che abbiamo incontrato e interpretato, sottolineando come ognuno di noi sia profondamente incarnato nei propri racconti e come non sia possibile per l’essere umano esimersi dal raccontarci di continuo.

Parliamo di un’immaginazione (visone) e una narrazione che nel tempo, non modifichi gli eventi, ma lo sguardo con cui essi sono vissuti. Una narrazione che pone le basi nell’immaginazione. Una narrazione simbolico-analogica è ciò che permette di partecipare alla vita. Come?

Psicoterapia Ecobiopsicologica: la vita come unica maestra

Movimento comune alle esistenze è il tema del disagio che si manifesta in diverse forme e in diversi momenti. È il disagio, la rottura, l’inatteso che ci permette di far nascere la domanda, di apprendere dall’esperienza e aprirci all’immaginario. L’evento di disagio, di rottura, di malattia a un certo punto compare nella vita dell’uomo e con essi, dopo un iniziale smarrimento, emergono le domande esistenziali: Chi sono io? Qual è il mio compito? Il fatto di essere in difficoltà costituisce un’interruzione della biografia, della vita come se fosse un evento insensato che mi sovrasta.

Nei momenti di crisi (= dal lat. crisis, gr. κρίσις scelta, decisione), la mente perde lo sguardo di continuità sul suo divenire, ma nulla in realtà si spezza o si ferma, tutto è sempre e comunque in movimento. La paura e l’insicurezza dello stato di crisi chiudono il campo visivo e lo restringono, la mente si fissa sull’evento senza vedere altro, il pensiero non è più creativo ma ripetitivo, circolare, chiuso in se stesso. La mente si trova dunque di fronte a una scelta: integrare ciò che sta accadendo come avente un significato nella sua esistenza per poter proseguire nel flusso della vita.

Alla crisi segue una domanda di senso. E con la domanda di senso nasce un movimento di ricerca verso un nuovo equilibrio che passa dall’integrare e accettare l’evento accaduto. L’Io è costretto a dover passare da un pensiero lineare e razionale a un pensiero sistemico-complesso e analogico-simbolico, un pensiero Ecobiopsicologico.

Lo psicoterapeuta Ecobiopsicologico con la sua visione olografica e panoramica dell’esistenza umana, ponendo in costante relazione i fenomeni delle Natura della mente e del corpo, crea quello spazio tempo in cui ritrovare «la luce e lo spazio» (Pelosi, Raimondi, 2023) attraverso l’uso dell’analogia e del simbolo.

Il simbolo e l’analogia – ci dice Frigoli (Frigoli, 2024, II Congresso Nazionale di Ecobiopsicologia) – indicano la capacità di «tenere assieme» sia il senso conscio (sinn), che dà rilievo preciso agli oggetti designati, sia la sua materia prima (bild = immagine) che scaturisce dalle profondità ancestrali dell’inconscio. Il pensiero analogico e simbolico, riuscendo a combinare gli elementi più diversi in una descrizione unitaria, assolve la funzione di mediazione fra la potenza irrazionale dell’inconscio e il senso manifesto di esso, così come è compreso dalla coscienza. In questa prospettiva, quando esso viene applicato alle somatizzazioni presenti in una storia clinica, contribuisce ad integrare l’universo sub-simbolico, tanto caro alle neuroscienze, con il simbolico non verbale delle immagini psichiche, sino al simbolico verbale del linguaggio, trasformando la storia clinica in un vero e proprio «romanzo vissuto» come sintesi esistenziale determinata dall’asse del Sé e dal principio di sincronicità. Sul piano dell’in-formazione l’analogia e il simbolo permettono alla mente umana, attraverso le catene analogiche, di «leggere» gli ologrammi delle reti della natura che, quando entreranno in risonanza con gli ologrammi del corpo, daranno vita ad un campo psicosomatico particolare in cui la conoscenza non avverrà più tramite la mediazione dei concetti, ma direttamente tramite l’intuizione. Infatti, se l’analogia e il simbolo saranno in grado di rispecchiare gli ologrammi delle forme dell’evoluzione, essi potranno essere considerati «vitali», nel senso che esprimeranno la correlazione delle reti sistemiche dei processi della vita così come sono percepiti dalla consapevolezza dell’Io. Attraverso la conoscenza di questi passaggi potrà essere possibile alla psicoterapia il gettare le basi di una nuova cornice epistemologica, nella quale mente, corpo e natura fanno parte di un unico campo in-formativo, che la fisica quantistica definisce come Campo Akashico. Nella terapia occorrerà dunque che la comunicazione tra paziente e terapeuta avvenga da cervello destro a cervello destro, perché è solo attraverso l’incontro delle analogie presenti nelle rispettive menti che potrà avvenire lo smantellamento delle difese anti-totalità determinate dagli stati dissociati del Sé.

Ognuno arriva infatti con la propria storia, si presenta in terapia portando tutto se stesso, nei gesti, nelle espressioni, nelle parole, nei movimenti, negli eventi che narra e che raccontano di sè e delle sue radici. Arriva in terapia, in quel “luogo sicuro”, che diventa il luogo dell’accadere, spazio “poetico” – direbbe Bachelard – pagina bianca su cui scrivere la propria storia con sguardo nuovo. Nella relazione terapeutica si crea nell’incontro delle individualità, un terzo – il terzo incluso delle complessità? – il campo intersoggettivo della relazione. I corpi nel movimento del transfer e controtransfert si scambiano immagini, che sono immagini “vive” e “autonome”, non sono immagini della mente, sono immagini che la mente coglie nel processo terapeutico, non appartengono a nessuno e nello stesso tempo a entrambi, nella relazione terapeutica.

E sono le immagini che parlano e si presentano diventando orientanti la psiche e trasformative per la psiche stessa. L’immagine viene tradotta attraverso la parola che è una vibrazione in-formativa che colpisce la persona che la riceve in tutti i suoi sensi, non arriva solo all’udito, ma all’intero corpo, alle viscere. La voce varia nel tono, nel timbro, nella ritmicità e dunque la voce che traduce l’immagine diventa una sinfonia di accordi archetipici che fa vibrare l’intero corpo e apre la coscienza permettendo di riordinarsi a nuove frequenze (Violi, 2023, p. 81).

L’immaginazione (in me mago) ci fornisce il tutto, immediatamente, è unificante, il tutto si unisce in un unico suono. Nell’immaginazione non esiste più la dialettica soggetto-oggetto, ma questi due aspetti si uniscono nella coscienza del sé narrante, unificata al mondo. Per immagine non penso solo a immagini visive, ma a immagini che attingono all’intera sensorialità che ci appartiene. A volte sono canzoni, a volte suoni, a volte brividi, a volte odori o sapori che si percepiscono nel campo intersoggettivo. Sono immagini pulsanti in cui si percepisce e si sente la forza dell’interrelazione del tutto.

È così che lo “sguardo” del terapeuta Ecobiopsicologico – non solo lo sguardo della vista ma lo “sguardo” di tutto il corpo-mente del terapeuta – abbraccia, collega, crea connessioni e legami, si libera attraverso lo spazio e il tempo, con leggerezza e precisione. Il suo sguardo è periferico, panoramico perché non sono solo gli occhi a guardare ma l’intero suo essere nella sua presenza sensoriale e immaginativa.

Operando in tal senso il terapeuta entra in rapporto consapevole con «quella facoltà dell’anima capace di sintetizzare tutti i sensi – udito, olfatto, tatto, gusto – nell’unica singola facoltà di “vedere” costituito dalla percezione sensoriale del sovrasensibile» (Frigoli, 2019) chiamato corpo sottile, che proprio attraverso immagini si manifesta. Quando parliamo di corpo sottile siamo in quel mondo intermedio, mundus imaginalis, che si stabilisce fra il mondo fisico delle forme concrete e quello che tende all’unità dei fenomeni.

Nella relazione terapeutica è come se si stabilisse una connessione tra il sentire del campo intersoggettivo del paziente-terapeuta che fa da ponte, da punto di incontro in sé, tra lo strato più profondo del visibile e lo strato invisibile in cui pulsa l’energia.

 

References

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Bachelard, G., (2007). La poetica della rêverie. Bari: Dedalo.

Demetrio, D., (1996). Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano: Cortina.

Ceruti, M., Parisi, G., (2013). Viaggio nella Complessità. https://www.formulas.it/sito/viaggio-nella-complessita/

Frigoli, D., (2016). Il linguaggio dell’anima. Fondamenti di Ecobiopsicologia. Milano: Magi.

Frigoli, D., (2017). L’Alchimia dell’anima. Milano: Magi.

Frigoli, D., (2019). I sogni dell’anima e miti del corpo. Milano: Magi.

Frigoli, D. (2024), Il telaio incantato della creazione. Milano: Mimesis.

Jung, C.G., (1997). Fondamenti della psicologia analitica. In Opere, Vol.15., Torino: Bollati Boringhieri.

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Maturana, H., Varela, F., (2001). Autopoiesi e cognizione. Venezia: Marsilio.

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Zoja, (2023), Il racconto, raccontato da uno psicoanalista. in AAVV, Narrare humanum est. Milano: UTET.

 

[1] Le in-formazioni sono connessioni sottili, quasi istantanee, non evanescenti e non energetiche tra cose in punti diversi del tempo e dello spazio. Tali connessioni vengono definite «non-locali» nell’ambito delle scienze naturali e «transpersonali» nelle ricerche sulla coscienza. Le in-formazioni collegano le cose (particelle elementari, atomi, molecole, organismi, sistemi ecologici, sistemi solari, galassie, oltre alla mente e alla coscienza associate a una o più di queste cose) indipendentemente dalla distanza che c’è tra loro e al tempo trascorso da quando tra loro vennero create le connessioni (Laszlo, 2007, p. 57).

[2] Sé – che potremmo sintetizzare con questa citazione di Hillman: «Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro» (Hillman, 1997, p. 23) – o che potremmo individuare in quella scintilla di unicità, in cui riconosciamo che il campo che precede la materia, come direbbe Laszlo.

[3] Ambiente – che potremmo raccontare con la potente metafora di Seung: «Noi siamo il nostro connettoma, ossia la mappa comprensiva delle connessioni neurali nel cervello, costruita su base relazionale ed esperienziale e i connettomi si modificano nel corso della vita a seconda delle esperienze e degli accadimenti che per ognuno di noi sono diversi. La conoscenza del connettoma ha a che fare inoltre con la nostra unicità. La nostra unicità come diversa partecipazione all’universo stesso. Ogni esperienza e relazione contribuisce a modificare il corso del fiume e il suo letto» (Seung, 2012) – che dà valore al dare forma di esperienze e relazioni e sottolinea l’importanza del contesto e l’interdipendenza tra le parti.

[4] Ereditarietà – che possiamo individuare non soltanto in quella genetica (DNA) ma anche in quella epigenetica, in cui transgenerazionalmente vengono ereditati anche pattern comportamentali, stili di attaccamento, strategie di coping, o ancor di più in ciò che Jung definisce Inconscio Collettivo, che permea il tutto e tutta l’umanità nella sua storia, in cui unicità e intreccio fanno dell’uomo «una specie a Sé» come direbbe Steiner.

IL FILO DELLA VITA – IL TELAIO

Ispirata dall’immagine che Diego Frigoli ci regala nel suo ultimo libro Il telaio incantato della creazione, prendo tra le mie mani un telaio e, come sono solita fare, cerco di fare esperienza di quel movimento di tessitura e di quell’immagine-simbolo, strumento antico e carico di significato.

Faccio esperienza del tessere, esperienza della costruzione del telaio, del riporre l’ordito dal basso all’alto e dall’alto al basso, esperienza della spola che ondeggia con moto sinusoidale tra l’ordito, che via via sparisce nell’avvicendarsi del filo che si accosta, dando vita a forme, colori. Sparisce l’ordito nel viaggio di costruzione della trama. Rimane la trama sostenuta dall’ordito nel suo dispiegarsi nello spazio-tempo.

Guardo il telaio nella sua forma rettangolare, con le sue tre dimensioni ben chiare e mi viene in mente di averne un altro in casa, che usavo da bambina. Lo prendo e risperimento di nuovo lo strumento. È rotondo. Predispongo l’ordito e nel movimento circolare che non ha più una direzione orientata da punti cardinali, vivo quel movimento circolare come orbite che vanno a unire punti opposti, equidistanti della circonferenza del telaio. I punti opposti sembrano toccarsi tutti al centro e con stupore guardo il centro: è vuoto. I raggi dell’ordito, polari, danno vita a un centro che è vuoto. Comprendo di essere di fronte a un simbolo. Un’intuizione?

Mi sovviene alla mente il Campo A o Campo di Punto Zero o Campo di “vuoto” quantistico di Laszlo, poi Giordano Bruno “L’universo è tutto centro e tutto circonferenza”. Mi fermo, fermo la mente e semplicemente contemplo quel simbolo tra le mie mani.

 

«Il simbolo non è un concetto, non è un senso nascosto, ma è un’azione della mente che compone gli opposti secondo la legge della misura e della coerenza delle forme esaminate.» Diego Frigoli

Da Atti del Secondo Congresso di Ecobiopsicologia 18-19 maggio 2024, Milano

 

Italo Calvino
“Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio”

Complexity Literacy Meeting 2024 (Abano Terme)
da venerdì 13 a domenica 15 settembre 2024

 

Torno a casa da Abano con le tre chiavi, i tre talismani che Calvino consiglia per il Duemila nell’intervista rilasciata a Raiuno:

  • Imparare le poesie a memoria, molte poesie a memoria
  • Fare i calcoli a mano, operazioni molto complicate
  • Combattere l’astrattezza del linguaggio con delle cose molto precise
  • Sapere che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all’altro, tutto quello che abbiamo può sparire in una nuvola di fumo

 

Di seguito alcuni spunti di riflessione, citazioni di Calvino stesso, raccontate e commentate durante il mio intervento-omaggio a Lezioni Americane, il libro definito il Testamento di Calvino, pubblicato nel 1988 post mortem, contiene un Ciclo di conferenze che egli doveva tenere all’Università di Harvard nell’autunno del 1985-86, le famose «Norton Lectures», conferenze che non riuscì a tenere a causa della morte improvvisa poco prima di quella data. Il libro è stato curato dalla moglie Esther Judith Singer, detta Chichita. Le «Norton Lectures» dovevano essere composte da cinque Memos di cui Calvino non aveva ancora portato a termine l’ultimo (Consinstency).

È un libro che ho riletto più volte, la prima fu per la preparazione della tesi di laurea, su suggerimento del mio professore, la seconda durante la scuola di specializzazione su suggerimento del Dott. Cavallari, la terza come ispirazione prima della pubblicazione del mio primo e per ora unico libro, la quarta durante la formazione in scrittura autobiografica alla LUA di Duccio Demetrio e la quinta per la costruzione di questa relazione.

Non trovavo più la pubblicazione del 2000, testo utilizzato per la mia tesi di laurea e negli anni successivi e per questo avevo ricomprato la pubblicazione del 2022 sempre della Oscar Mondadori, durante il percorso di scrittura autobiografica. Lo avevo riletto lasciando il testo vergine, mentre per la costruzione di questo discorso ho scelto un pastello blu per colorare del mio sguardo il testo di Calvino.

Al termine della creazione del power point, ritrovai, grazie a un insight, la prima vecchia pubblicazione, nascosta in uno scatolone di libri. Fu una sorpresa vedere le diverse sottolineature e attraverso di esse il mio sguardo che cambiava nei vent’anni che intercorrevano tra la prima lettura e questa ultima. È stato interessante e curioso notare ciò che differenziava e invece rimaneva costante ai miei occhi, durante la lettura di Lezioni Americane.

Riporto attraverso le parole di Calvino il mio sguardo di oggi, come spunti di riflessione, 14 settembre 2024.
Buona lettura.

 

COMINCIARE…

Cominciare una conferenza, anzi un ciclo di conferenze, è un momento cruciale, come cominciare a scrivere un romanzo. E questo è il momento della scelta: ci è offerta la possibilità di dire tutto, in tutti i modi possibili; e dobbiamo arrivare a dire una cosa, in un modo particolare.

Il punto di partenza sarà dunque questo momento decisivo (per lo scrittore): il distacco dalla potenzialità illimitata e multiforme per incontrare qualcosa che ancora non esiste ma che potrà esistere solo accettando dei limiti e delle regole. (p. 123)

 

LEGGEREZZA

Medusa e Perseo: per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio (p.8)

Benvenuto Cellini, Perseo con la testa di Medusa, Piazza della Signoria (FI), 1545

Specchio: È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello (p.9)


Maurits Conrnelis Escher, Mano con sfera riflettente (Autoritratto con lente), litografia, Escher in the Palace, L’Aia, Paesi Bassi, 1935

Renè Magritte, Le faux miroir, Il falso specchio, Museum of Modern Art New York, 1928

 

Immagine del poeta: se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite (p15-16)

Pablo Picasso, Il Poeta, Le Poète, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia (Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York), 1911

 

RAPIDITA’

Ritmo/Pause/Tempo: il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo (p.39); Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura, il tempo è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco (p.48)

Festina Lente/Farfalla e Granchio: come la farfalla e il granchio che illustrano il Festina Lente nella raccolta d’emblemi cinquecenteschi di Paolo Giovio, due forme animali entrambe bizzarre ed entrambe simmetriche, che stabiliscono tra loro un’inattesa armonia (p.49)

Mercurio e Vulcano: Mercurio e Vulcano rappresentano le due funzioni vitali inseparabili e complementari: Mercurio la sintonia, ossia la partecipazione al mondo intorno a noi; Vulcano la focalità, ossia la concentrazione costruttiva. (p.53/54)

ESATTEZZA

Maat/Piuma e Bilancia: la precisione per gli  Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva il nome di Maat, dea della bilancia (p.59)

Cristallo e Fiamma: il cristallo con la sua esatta sfaccettatura e la sua capacità di rinfrangere la luce, è il modello di perfezione che ho sempre tenuto come emblema (…) da un lato il cristallo (immagine di invarianza e di regolarità di strutture specifiche), dall’altro la fiamma (immagine di costanza d’una forma globale esteriore, malgrado l’incessante agitazione interna) (…) due forme di bellezza perfetta da cui lo sguardo non sa staccarsi, due modi di crescita nel tempo (p.71)

Esercizi di descrizione (fenomenologia) (p.74)

Parola e immagine: la parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto. Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti) con discrezione e cautela, col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole. (p.76)

Leonardo e la scrittura come strumento conoscitivo: era sicuro di comunicare meglio con la pittura e il disegno. Ma c’era in lui un’incessante bisogno di scrittura – lettura per intero dal capoverso “Nel foglio 265 del Codice Atlantico” fino alla fine (p. 78)

 

VISIBILITA’

Immaginazione I: poi piovve dentro a l’alta fantasia (Purgatorio, XVII, 25), (…) Dante capisce che queste immagini piovono dal cielo, cioè è Dio che gliele manda. (…) nei vari gironi del Purgatorio si presentano delle scene: prima sottoforma di bassorilievi (…) poi visioni proiettate davanti agli occhi, come voci che giungono all’orecchio, e infine come immagini puramente mentali (p.83)

Immaginazione II: o immaginazione (alta fantasia), che hai il potere d’importi alle nostre facoltà e alla nostra volontà (…) «Moveti lume che nel ciel s’informa» c’è una specie di sorgente luminosa che sta in cielo e trasmette immagini ideali, formate o secondo la logica intrinseca del mondo immaginario (per sé) o secondo il volere di Dio (o per voler che giù lo scorge) (p.84)

Mi sovviene qui alla mente il campo akashico di Laszlo, che ho avuto la fortuna di conoscere, e il suo concetto di In-formazione. Poi proseguo con Calvino…

Immaginazione III: possiamo definire due tipi di processi immaginativi: quello che parte dalla parola e arriva all’immaginazione visiva (Ignacio de Loyola) e quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale (p.87)

Immaginazione IV: immaginazione come comunicazione con l’anima del mondo (Romanticismo e Surrealismo) (p.89)

Jung: idea dell’immaginazione come partecipazione alla verità del mondo (p.90)

Giordano Bruno (Spiritus Phantasticus): lo spiritus phantasticus è «mundus quidem et sinus inexplebilis formarum et specierum (un mondo o un golfo, mai saturabile, di forme e di immagini. Credo che attingere a questo golfo della molteplicità potenziale sia indispensabile per ogni forma di conoscenza. (p.93)

Calvino qui pone una domanda sul Futuro: Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la civiltà dell’immagine? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? Una volta la memoria visiva d’un individuo era limitata al patrimonio delle sue esperienze dirette e a un ridotto repertorio d’immagini riflesse dalla cultura; la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano tra loro in accostamenti inattesi e suggestivi. (p.93)

Pensare per immagini: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini. Penso a una pedagogia dell’immaginazione (p.93)

 

MOLTEPLICITA’

Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse concepita un’opera al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica… Non era forse questo il punto di arrivo di Ovidio nel raccontare la continuità delle forme, il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose? (p.121-122)

 

…E FINIRE

Qualsiasi sia il momento in cui decidiamo che la storia può considerarsi finita, ci accorgiamo che non è verso quel punto che portava l’azione del raccontare, che quello che conta è altrove, è ciò che è avvenuto prima: è il senso che acquista quel segmento isolato di accadimenti, estratto dalla continuità del raccontabile. (p.137-138)

 

Grazie!

 

 

FESTIVAL DELLA COMPLESSITA’ 2024

LA COMPLESSITA’ IN PRATICA: VIVERE, DECIDERE, AGIRE.

 

IL FILO DEL SE’. COMPLESSITA’ E NARRAZIONE

di Francesca Violi

 

«Attraverso la vita si deve arrivare alla narrazione»
Luigi Zoja

Apro con questa citazione di Zoja, psicoanalista e sociologo italiano, che a mio avviso sintetizza pienamente come la narrazione sia un frutto della vita stessa.

Il Festival della Complessità, in questa edizione ha come tema La complessità in pratica: Vivere, Decidere, Agire. Per le mie relazioni e articoli mi sono ispirata al vivere, alla vita che è per me l’unica vera maestra, attraverso la quale noi ne possiamo sperimentare e comprendere la complessità.

Definiamo per iniziare il termine “Complessità”, che deriva da Complector: etimologia: dal latino cum  e plèctere ovvero intrecciare, tessere insieme. Mauro Ceruti ci dice: «Complessità deriva dal verbo latino plectere, che vuol dire intrecciare, unito alla preposizione cum. Potremmo dunque dire che complesso è qualcosa di intrecciato più volte. Complessità evoca una pluralità di componenti, ma anche un’idea di unità: è quasi un ossimoro».

Le parole di Ceruti,  filosofo protagonista dell’elaborazione del pensiero complesso, ci presenta il tema dell’unicità e della pluralità, dell’unità e della molteplicità, delle multidimensionalità dei sistemi complessi, dei sistemi viventi.

Termini quali tessuto, intreccio, tessere, intrecciare, sono parole anche della narrazione, parole della vita.

In un mio articolo in Materia Prima  (dicembre 2023) dal titolo Tessuti. Essere forma nel tempo. Scrivo: «La narrazione della propria storia è «tessuto» in cui si intrecciano trama e ordito. È «tessuto» come participio passato di tessere, di una forza vitale che dà forma alla materia».

È allora  che nella narrazione della nostra storia biografica, nella soggettività e nell’unicità di ognuno di noi che si racconta e si narra è possibile ritrovare la complessità del mondo, della natura, della vita.

Ma che differenza c’è tra Narrare e Comunicare?

Per Watzlawick, la comunicazione è un processo in cui gli individui scambiano informazioni e significati attraverso diversi canali, tra cui il linguaggio verbale e non verbale. Watzlawick ci ricorda che è impossibile non comunicare.

Duccio Demetrio ci dice: «Se il narrare qualcosa è tale quando si conferisca un ordine logico a sequenze di eventi dotate di senso compiuto, (…) il solo comunicare nella sua accezione trasmissiva, può limitarsi al mero trasferimento di informazioni, che possono fornire elementi in sequenza o in simultanea (…) Narrare è invece un atto di volontà, che aggiunge qualcosa all’atto di comunicare.»

La narrazione si arricchisce di elementi salienti emotivi, di viva esperienza  e di corporeità.

Vediamo allora come la narrazione sia alla base del nostro sviluppo umano e come la frase inziale di Zoja trovi conferma nelle parole di Daniel Stern, psichiatra e psicoanalista statunitense, fra i principali studiosi nel campo dello sviluppo psicologico infantile.

Secondo il modello di Stern, già nei primi mesi di vita il bambino si rapporterebbe attivamente alla realtà ricavando, dalle precoci e isolate stimolazioni sensoriali che riceve, un emergente senso di sé che andrebbe a strutturarsi e consolidarsi negli anni successivi all’interno della relazione con la madre.

Per il bambino, il corpo è il primo punto della conoscenza di sè. 

    1. SÈ EMERGENTE
      Dalla nascita fino ai 2 mesi, il senso del sé deriva dal collegamento di esperienze isolate relative al corpo, alle azioni e dell’esperienza che il bambino fa di tale processo.
    2. SÈ NUCLEARE
      Dai 2 ai 7 mesi, occorre che il bambino compia una serie di esperienze, si sperimenta autore delle proprie azioni, si sente come un entità fisica interna, sperimenta stati interni e in sintonia con l’adulto, sperimenta il senso della durata e della memoria.
    3. SÈ SOGGETTIVO
      Dai 7 ai 15 mesi, il bambino scopre che l’altro ha sentimenti, motivazioni, oggetti e intenzioni. Quando scopre che anche gli altri possono avere uno stato emozionale simile al suo è in grado di sperimentare l’intersoggettività; questo riguarda 3 aree dell’esperienza: compartecipazione dell’azione, compartecipazione delle interazioni, compartecipazione degli stati affettivi.
    4. SÈ VERBALE o NARRATIVO
      Dai 15 ai 18 mesi, acquisizione del linguaggio, il senso del sé e dell’altro acquista nuove caratteristiche.

Con la conquista della posizione eretta e la liberazione della mano, il bambino inizia e mettere insieme significati e a dire piccole frasi di senso che via via col crescere dell’età diventano sempre più articolate.
A due/tre anni, passa poi dal parlare in terza persona a dire “Io” e da quel momento avrà inizio la sua storia soggettiva, da quel momento ha inizio la sperimentazione in ognuno di noi di quell’ossimoro che diceva Ceruti: essere unici e molteplici.

Duccio Demetrio ci parla infatti di molteplicità dell’Io narrante: «Una storia individuale non sussiste pienamente se non può essere messa nelle condizioni di raccontarsi e di entrare in risonanza con le storie degli altri. Ciascuno di noi è le molteplici storie con le quali è, o è stato in contatto.»

Sebastian Seung, in accordo con Demetrio, ma utilizzando un altro linguaggio, direbbe: «Noi siamo in nostro connettoma, ossia la mappa comprensiva delle connessioni neurali nel cervello, costruita su base relazionale ed esperienziale e i connettomi si modificano nel corso della vita a seconda delle esperienze e degli accadimenti che per ognuno di noi sono diversi»

E ultimo, ma non ultimo per quanto riguarda la complessità, Gregory Bateson, rispenderebbe così: «Noi apprendiamo per storie. (…) Siamo tutte le storie che abbiamo incontrato e interpretato (…) Siamo i nostri racconti e non possiamo che raccontarci di continuo.»

Allora è l’esperienza, l’apprendere dall’esperienza, dalla relazione ciò che ci dà forma.

Ma cosa intendiamo per esperienza?

Il vissuto è il modo naturale e diretto di vivere nell’orizzonte del mondo.  L’esperienza prende forma quando il vissuto diventa oggetto di riflessione e il soggetto se ne appropria consapevolmente per comprenderne il senso. C’è esperienza quando si attribuisce senso a ciò che accade.

Quindi l’esperienza è profondamente radicata nella consapevolezza, come la coscienza nella vita.

Non aprirò qui il capitolo coscienza e vita, che sarà tema della mia relazione al Convegno di San Marco D’Alunzio, il 28-29 giugno dal titolo Vivere e Comprendere.

Vi lascio con questi spunti di apertura e riflessione e rimango a disposizione per ulteriori approfondimenti, curiosità o per uno scambio alla mail ilfilodelse.bio@gmail.com

Per Info e prenotazioni: ilfilodelse.bio@gmail.com

II CONGRESSO NAZIONALE ECOBIOPSICOLOGIA “LA VITA SI FA MENTE”
18-19 MAGGIO 2024

 

E’ da poco terminato il II Congresso Nazionale di Ecobiopsicologia dal titolo La Vita si fa Mente” che ha visto la partecipazione di tre grandi ospiti quali Pier Mario Biava, Michael Conforti e Ligi Zoja. Il Congresso nasce per volere di Istituto di Psicoterapia Aneb e Istituto di Ortofonologia IdO. Tra i numerosi relatori che hanno contribuito con nutrienti e innovative relazioni nominiamo il Dott. Frigoli, Direttore e fondatore dell’Ecobiopsicologia, Giorgio Cavallari, Mara Breno, Alda Marini, Magda di Rienzo, Bruno Tagliacozzi.

Ringrazio per aver potuto contribuire con la mia relazione dal Titolo Il Filo della Vita, sul legame vita, coscienza e autobiografia.

Tutte le relazioni verranno pubblicate negli Atti del Congresso.
Buona lettura!

Tessuti. Essere forma nel tempo.

in Materia Prima, La base poetica della mente. Dicembre 2023 – XIII

ABSTRACT

Nel presente articolo, si intende sottolineare l’importanza delle primissime fasi di vita dal concepimento alla nascita come momento da approfondire durante la raccolta anamnestica ai fini di ampliare le informazioni della storia dell’individuo fino ai suoi albori. Il concepimento – e potremmo aggiungere, anche prima del concepimento – e tutto ciò che accade durante la gravidanza sono momenti fondamentali in cui diverse forze confluiscono nel dare forma a ciò che sarà il nuovo nato. Ogni individuo è durante questa fase “tessuto” da queste forze. Tessuto nel corpo, nella differenziazione dei vari foglietti e della successiva organogenesi; tessuto nell’anima, nel simbolico telaio in cui si dipana la storia di un essere umano nel suo divenire interrelato con gli altri, il mondo, la natura. Verrà introdotto l’uso dell’autobiografia nella relazione terapeutica, con esemplificazioni anche cliniche, in cui verrà raccontato come il paziente possa ritrovare attraverso la scrittura della propria storia, il suo filo rosso e scorgere il divenire della propria esistenza.

Tessuti. Essere forma nel tempo

«Buio. Lampo di luce. Silenzio tonante.
Uno. Due. Quattro. Otto. Sedici. Centoventotto
Una sfera

Linea primitiva. Tre foglietti
Migrazioni Aggregazioni Ripiegamenti Invaginazioni
Movimenti

Tre forze danzano insieme dando forma alla vita.
Isolotti di Wolff. Tubo neurale
Notocorda. Archenteron
I Sensi

Nove mesi. Dieci lune. Quaranta settimane
L’ontogenesi ricapitola la filogenesi
Embrione
Feto

Tre forze danzano insieme
dando corpo a un’Anima
dando vita a un Corpo
dando a un’anima una Storia.

Eredità. Ambiente. Sé

Immagina di ripercorrere la tua storia
dal Concepimento alla Nascita
qui inizia l’Esistenza
che Ri-Conoscerai».

 

Mi sono permessa di iniziare l’articolo con immagini e parole che, nel ritmo, mimino quel processo di innesco della vita che per ognuno di noi ha sede nel concepimento, o forse anche prima di esso. Ho scelto immagini e parole in poesia[1] perché la vita è costituita in forma “autopoietica”[2], nel ciclo continuo di ri-nascite. Come ci dice anche Diego Frigoli «L’universo è un mistero costruito in forma “poetica”, un continuo infinito che si dipana in infinite molteplicità di forme che ci appaiono come finite e temporali».

L’esperienza di essere madre mi ha dato la possibilità di cogliere il senso profondo delle parole «nascere nel mezzo» di Bion e sentire come nella formazione di quel corpo, che tenevo in grembo, diverse forze operassero, non solo personali ma anche collettive, trasformando in quell’esperienza anche me stessa. Iniziai così a porgere maggiore attenzione durante i colloqui di terapia proprio al periodo pre-natale, alla gestazione, al concepimento. Ciò mi portò ad aumentare le conoscenze approfondendo maggiormente lo studio dell’embriologia e dell’Antroposofia.

Si nasce in un contesto, una cultura, una lingua, una famiglia, un momento storico e portiamo nel nostro corpo tutti questi elementi, che contribuiscono alla costruzione dei nostri organi interni. Nasciamo ripercorrendo la filogenesi dell’Universo, come ci dice Haeckel, e in ogni passaggio è possibile intravedere in questa esperienza umana, la stretta interconnessione tra il macrocosmo e il microcosmo.

FIG. 1. Kupka František, L’inizio della vita, Parigi, Centre Pompidou, Musée National d’Art Moderne,1900-1903

Aprendo lo sguardo alla dimensione umana intrauterina è possibile ritrovare, in questa delicata e affascinante narrazione della nostra storia, le tre forze che danzano a dare forma a ciò che sarà il nuovo individuo. Non ci soffermeremo qui sulla formazione degli organi e la relazione dell’ontogenesi che ricapitola la filogenesi nelle varie fasi della gravidanza, ma sul senso, come dicevo, del nascere nel mezzo e sul senso della continuità della vita che muta al nostro mutare. «Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma», direbbe Antoine-Laurent Lavoisier. «Tutto scorre» direbbe invece Eraclito, con l’auspicio proprio di portarvi a sentire questo scorrere continuo della vita che come un fiume ci accompagna di forma in forma, di generazione in generazione, di vita in vita.

Tutto è movimento. Tutto è uno. Tutto è relazione.

In questo tutto interrelato, l’uomo è l’unica forma intellettiva in grado di comprendere le leggi dell’universo e ha un ruolo non accidentale proprio in tale atto di comprensione, direbbe Frank Tripler (Frigoli, 2022). L’Universo è partecipativo e ogni forma di esistenza partecipa alla creazione della realtà stessa, ognuna con il proprio livello di coscienza. L’uomo partecipa alla creazione della realtà nel dialogo continuo con la natura e l’universo. La narrazione diventa allora la possibilità, secondo le nostre caratteristiche di umani dotati di linguaggio, memoria, pensiero e intelletto di poter cogliere la spinta del movimento vitale, l’elan vital di Bergson, il senso della vita.

«Parola e scrittura sono movimento trasformato» dice Steiner. La parola emerge come movimento trasformato in concomitanza alla conquista della verticalità e alla liberazione della mano, che permette un ampliamento dell’esplorazione del mondo, nel gesto tanto caro alle neuroscienze dell’afferrare. Da quel momento il bambino, dopo il lungo esercizio fatto di suoni e lallazioni, propone le prime parole. La nascita della parola si accompagna alla graduale stabilità motoria del bambino, che trova un primo consolidamento importante all’età di due anni. Con i tre anni, raggiunta anche la maturità del sistema nervoso, compare il Sé narrativo (Stern, 1987) e la composizione delle prime storie.

Secondo l’Antroposofia, se il primo settennio della crescita del bambino è occupato dal tatto, equilibrio, e movimento, anche nella parola; è col secondo settennio dominato dalla sensorialità che compare la scrittura. Parola e scrittura vengono poi consolidate col terzo settennio in cui si forma l’Io e il pensiero.

La parola è la base della psicoterapia. Quando pensiamo alla parola non ci riferiamo solo al contenuto ma soprattutto al timbro, tono, ritmo, alla frequenza della voce, ai silenzi. La parola in psicoterapia intesse, apre, ricuce, unisce, dà forma, descrive, disegna paesaggi, panorami. La parola è nel qui e ora, nel momento della relazione, esiste in relazione all’altro che mi ascolta.

La scrittura, rigorosamente a mano, attiva quel processo che Duccio Demetrio (1996) chiama bilocazione cognitiva in cui noi siamo allo stesso tempo autori e spettatori di noi stessi, dell’altro e del mondo. La scrittura ferma, ci permette di dare forma alla mente, nero su bianco, ci dà la possibilità di rileggere a voce alta e sentire le parole, così come le abbiamo scritte, di cogliere le sfumature con cui ci definiamo.

La scrittura facilita l’osservazione di sé, la scoperta di ciò che c’è oltre il racconto che conosco della mia vita, oltre l’esigenza subconscia che necessita di confermare le credenze dell’Io, oltre la visione dell’Io. Permette l’emergere di altro in me stesso, permette la visione di altro, oltre me stesso.

Ecco che allora, la scrittura diretta del paziente può diventare fonte di scoperta di sé. Fu così che cominciai a richiedere alle persone che vedevo in terapia, uno scritto di qualche pagina fatta a mano che riportasse la propria biografia, dal concepimento ad oggi.

Il tema della biografia, dal greco bio vita e graphos scrittura, riguarda ognuno di noi. Non si tratta solo di un interesse per la propria vita, per il proprio destino, ma anche di un desiderio di comprendere le forme sorprendenti e diverse attraverso le quali si dispiega la vita degli altri, dell’Universo. La conoscenza di sé e la conoscenza del mondo sono, come dicevamo, interconnesse in maniera intrinseca e imprescindibile. La nostra bio-grafia contiene in sè, psicosomaticamente parlando, la biografia delle piante, degli animali, dei minerali, la biografia della Terra e dell’Universo, racconta e svela quel profondo e inscindibile legame tra microcosmo e macrocosmo, disegnata dalla continuità dei ritmi e dei rapporti analogici. Ogni biografia è un fatto personale e collettivo, un fatto sociale. In ogni biografia personale possiamo vedere l’intreccio, l’entanglement della vita e vedere come il nostro divenire è direttamente intrecciato e interdipendente al divenire degli Altri, del Mondo, della Natura. Ecco che la biografia diventa la narrazione per eccellenza in cui ognuno di noi, partendo da se stesso può vedere tutte queste interconnessioni e come queste abbiano contribuito a renderlo ciò che è nel tempo.

«Se vuoi conoscere te stesso,
guarda in ogni angolo del mondo;
se vuoi conoscere il mondo,
osserva nel profondo di te stesso.
Se vuoi conoscere te stesso,
allora cercati nell’universo;
se vuoi conoscere il mondo,
allora spingiti nel profondo di te stesso.
Tutte le tue profondità,
come in un ricordo del mondo,
ti sveleranno i misteri del cosmo».

Steiner

Cito di nuovo Steiner per collegarmi al tema del “ricordare” e affermare che «Siamo qui non per apprendere ma per ri-cor-dare», dal lat. recordari, der. di cor cordis cuore, dagli antichi ritenuto sede della memoria. Siamo qui per “dare di nuovo cuore” a ciò che c’è, ricordare nel senso Platonico di poter accedere a quelle memorie dimenticate fondamento della vita e da sempre substrato della nostra anima. L’esplorazione di sé attraverso l’autobiografia e la ricostruzione di essa, a partire dai processi fisiologici e psicosomatici, dal concepimento permette proprio di aprire il cuore in tal senso, regalandoci la possibilità di rivedere noi stessi sotto una nuova luce.

Oggi le neuroscienze parlano di connettoma come biografia delle nostre relazioni ed esperienze. «Noi siamo il nostro connettoma, ossia la mappa comprensiva delle connessioni neurali nel cervello, costruita su base relazionale ed esperienziale e i connettomi si modificano nel corso della vita a seconda delle esperienze e degli accadimenti che per ognuno di noi sono diversi» (Seung, 2012). Partendo da queste parole di Seung potremmo affermare che, se da un punto di vista genetico il genoma definisce la nostra essenza in potenza in quanto normalmente non modificabile, il connettoma estrinseca il pensiero umano nel suo evolversi, in quanto inserito in un contesto che alimenta la persona, definendola attraverso un omeostasi dinamica all’interno di un quadro sistemico. Gli studiosi del connettoma ne descrivono ulteriormente il senso: «[…] ogni fiume ha un letto, e senza questo solco nella terra l’acqua non saprebbe in quale direzione scorrere. Ecco… dal momento che il connettoma definisce le vie di scorrimento dell’attività neurale, possiamo considerarlo il letto del fiume della coscienza. È una metafora molto potente. Nel lungo periodo, come l’acqua del fiume plasma lentamente il letto, così l’attività neurale cambia il connettoma» (Seung, 2012). La conoscenza del connettoma ha a che fare inoltre con la nostra unicità. La nostra unicità come diversa partecipazione all’universo stesso. Ogni esperienza e relazione contribuisce a modificare il corso del fiume e il suo letto. Per questo l’esperienza di un percorso psicoterapeutico e autobiografico può essere profondamente significativo nella vita di una persona.

Ai primi colloqui anamnestici ecobiopsicologici, affianco dunque un approfondimento della genealogia e la ricomposizione dell’albero genealogico e chiedo di scrivere la propria autobiografia. L’anamnesi[3] (Breno, 2012) apre la strada alla stesura della biografia, richiedendo al paziente di osservarsi, recuperando nuove informazioni transgenerazionali e di gestazione, prima della stesura a mano libera. Se la raccolta anamnestica permette alla parola di essere il primo veicolo relazionale del racconto di sè, la stesura personale del paziente che sceglie le parole per raccontarsi in forma scritta, consente una partecipazione diversa al processo terapeutico ad un ulteriore livello di coinvolgimento. La narrazione della propria storia è tessuto, come prodotto finale, in cui si intrecciano trama e ordito, è tessuto come participio passato di tessere, di una forza vitale che dà forma alla materia.

In un mondo che è in continuo movimento e divenire partecipato, la narrazione è l’unica risposta al dinamismo che permette nello stesso tempo di essere in movimento e fermi. Scrivere permette un respiro, una ritmicità all’auto-osservazione di sé che vede dopo un’espansione una contrazione, dopo un’espressione una riflessione, dopo un’inspirazione un’espirazione.

Alla proposta di scrivere, c’è chi l’accoglie con piacere, come se non avesse aspettato altro che qualcuno glielo chiedesse; c’è chi si sente all’inizio inibito dal giudizio, c’è chi arriva con un’autobiografia temporale, chi ad elenco, chi con un romanzo, chi con un saggio, chi con una lettera, chi con una sola parte della propria storia, chi con poesie. Altri ancora portano immagini, foto, disegni, pezzi musicali che diventano la base florida da cui arrivare alla parola scritta e al racconto di sé. Inizia così, a volte da piccoli elementi, a volte con testi compiuti, il designarsi di quella trama da cui si intravede l’ordito che dà forma alla vita. Mentre il paziente legge la sua autobiografia ad alta voce nel campo relazionale accadono diversi fenomeni che accompagnano il prendere forma della mente del paziente di fronte al suo divenire nella narrazione di ciò che ha scritto.

Ricordo quella volta che con Monica riattraversammo il momento della sua nascita prematura, era nata all’ottavo mese. Aveva un rapporto con la madre difficoltoso, non si sentiva vista e ascoltata, continuava a pensare di avere qualcosa di sbagliato. Le nascite premature necessitano di particolare attenzione, in quanto purtroppo, troppo spesso accade, che ci si dimentichi che oltre a uno sviluppo fisico di pari passo esista uno sviluppo psichico e animico corrispondente. Gli organi che si formano dal concepimento terminano la loro formazione anche negli anni successivi la nascita, specie nei primi tre anni. La nascita prematura necessita di una cura ulteriore dal punto di vista emotivo-relazionale, che tenga conto di questo “essere nata prima del termine”, che tenga a memoria di questo strappo prematuro. Monica nacque prematura ma sana, con gli organi fisici in ottimo stato e non necessitò di alcun intervento ospedaliero, ciò che necessitava era di un ambiente che lentamente la accompagnasse a crescere. Monica è una donna molto dinamica, veloce e il suo sentirsi non all’altezza sembrava distonico al mio sguardo, mentre mi diceva: «Io non faccio mai la cosa giusta!» Mi incuriosì il fatto che nella sua autobiografia avesse focalizzato tutta la sua storia al settimo mese di gravidanza. Monica scriveva che la sua leggera ipoacusia aveva avuto origine da lì, in quel mese aveva letto che si formava l’orecchio.

Dalla narrazione sembrava una gravidanza fisiologica e dal punto di vista fisico lo era. La forza con cui il settimo mese prendeva posto all’interno del testo mi portò a ripercorrere la storia della sua gestazione con lei, ampliando l’inquadratura alla storia famigliare, agli eventi che potevano essere successi in quel momento. Emerse che al sesto mese di gravidanza alla nonna materna fu diagnosticato un tumore all’utero e che proprio nel settimo mese la nonna dovette affrontare l’operazione di asportazione dell’intero organo e le cure successive. Fu in questa ricostruzione che per la prima volta Monica vide e sentì la fragilità della madre di fronte a quell’evento che la impegnava su un duplice lato, come nuova madre impegnata a portare a termine la sua gestazione e come figlia che vedeva la madre crollarle dinanzi, proprio nel momento in cui lei stessa lo stava diventando. Monica, recuperando quell’informazione, aveva ricontattato un nuovo senso della sua storia e di conseguenza del suo sintomo.

Alcuni passaggi a volte sono uno shock, a volte un insight per il paziente, e si avverte come il rumore di un crack, una crosta di asfalto che si apre come uno strappo nel manto stradale… in quei momenti nasce un silenzio che è profonda accoglienza di ciò che è quel suono, quella sensazione nella carne, un silenzio in cui gli occhi del terapeuta e del paziente si incrociano e da quel silenzio, lungo quanto necessario, sembra che entrambi abbiamo potuto scorgere e intravedere, in quella crepa, un verde fresco germoglio che timidamente si affaccia. Nel leggere l’intera biografia si intravedono i ritmi della vita, le espansioni alternate a contrazioni come il giorno e la notte, i diversi movimenti umorali come nelle fasi lunari. La lettura dell’autobiografia permette l’incontro con l’altro direttamente attraverso il suo linguaggio, le sue metafore e immagini. Ci accompagna con sguardo aperto alla bellezza dell’essere nel mondo. Altre volte le immagini arrivano invece come elemento creativo e generativo dell’incontro terapeutico.

Alice aveva scritto la sua biografia cronologica a punti, raccolta in precisi momenti e puntualità di eventi. Ricorsivo era il tema della sorella, più piccola di lei di tre anni, e con la quale era accaduto un importante evento sincronico. Alice e la sorella Anna, rimasero incinta, senza saperlo, più o meno nello stesso periodo e accadde che comunicarono la stessa sera alla famiglia di origine la nuova notizia. Fu Anna la prima a dirlo con grande entusiasmo, Alice che avrebbe forse voluto aspettare a comunicarlo, alla fine seguì la sorella e, con calma e gioia, condivise anche la sua bella novità. Diverso fu l’esito della gravidanza e Alice da lì a poco ebbe un aborto spontaneo. Il difficile evento dell’aborto aprì per Alice un varco nella conoscenza famigliare, nella quale scoprì che la nonna materna aveva a sua volta avuto un aborto spontaneo prima di mettere al mondo sua madre. Parlando con la nonna emerse che anche i mesi di concepimento e perdita del bambino erano più o meno gli stessi. Alice scoprì inoltre che alla nonna materna fu rimosso l’utero per un fibroma in concomitanza della sua nascita. La ferita e il dolore di Alice furono possibilità per lei di scoprire una sofferenza transgenerazionale mai condivisa. Alice ebbe successivamente una gravidanza che la vedeva diventare madre di una splendida bambina.

L’altro evento sincronico legato alla sorella accadde proprio durante il nostro percorso legato all’autobiografia. Stavamo riattraversando il tema dell’aborto e Alice in quel momento aveva intrapreso un lavoro anche corporeo di impacchi per risanare il suo corpo, dolorante, in cui le memorie corporee si erano attivate, proprio nei mesi anniversario del triste evento. Proprio mentre Alice stava rivivendo queste memorie, la sorella comunicò che era di nuovo incinta. Fu allora che Alice si chiese perché per la sorella tutto era più facile, mentre per lei non lo era. Ricordammo insieme che ognuno ha la propria unicità espressa nel DNA e nelle esperienze relazionali e ambientali che contribuiscono alla formazione di noi stessi. Ecco che allora fu naturale recuperare l’informazione che l’aveva portata a iniziare un percorso di autobiografia con me. Alice veniva da un’esperienza di imprinting di nascita[4] in cui aveva riattraversato la sua nascita, la sua faticosa nascita, così come da sempre era ricordata da tutti i famigliari. Il parto di Alice era stato in effetti un parto con un lungo travaglio. La madre non si dilatava e i medici stavano per procedere con un cesareo, quando alla fine optarono per un episiotomia e con la manovra di Kristeller Alice riuscì a nascere in modo naturale. Il diverso imprinting di nascita, quelle “impronte” del corpo in formazione dei suoi organi, quel particolare momento che dal pre-concepimento fino alla nascita vede la danza di eredità, ambiente e Sé, dispiegarsi nelle esperienze relazionali, contribuiscono alla formazione della nostra unicità fin dal principio dell’esistenza.

Alice è primogenita e, avere un fratello e una sorella, permette inoltre all’Io di rivivere e rivedere quelle fasi primarie di sviluppo dal concepimento in poi che solitamente sono rimosse per la parziale maturazione del sistema nervoso, nei primi anni di vita (Konig, 2014). Un fratello e una sorella portano il tema dell’altro e una necessaria ricollocazione di sé nel sistema famiglia e nel mondo; portano il tema della diversità e dell’unicità di ogni essere umano. Fu così che, riattraversando gli snodi suddetti, legati alla sorella e ascoltando Alice, mi arrivò un’immagine.

C’erano due alberi, posizionati alla distanza di tre metri. Erano due alberi diversi nella conformazione. Le radici sottoterra comunicavano tra loro nel profondo ma tra le fronde c’era uno spazio strano. Sembrava, pur essendoci spazio, che questo non fosse sufficiente affinché le fronde di uno dei due potessero crescere liberamente. L’albero di Alice, primogenita, da un lato era rigoglioso con la chioma verticale ricca di piccole foglie verdi in movimento, dall’altro lato era rivolto verso la sorella, era come trattenuto, i rami erano più corti, scuri, ombreggiati nella parte inferiore, verso la chioma della sorella che risultava invece simmetrica e allungata in orizzontale, come un grande pino marittimo. La chioma della sorella si protraeva verso l’albero di Alice, che era lì fermo nel silenzio della sua ombra. Fu allora che l’immagine cominciò a muoversi e mentre narravo ciò che vedevo ad Alice, l’albero di Alice iniziò a prendere vigore anche dal lato in ombra. I rami neri e corti, gradatamente e delicatamente iniziavano a muoversi, ad allungarsi, a crescere, riprendendo un colore vivo, chiaro e caldo, di un legno giovane e flessibile. I rami che prima erano fermi su tutto il lato iniziarono a prendersi il loro spazio, non solo in verticale, ma anche verso il pino marittimo, si incurvarono attorno a lui, a coppa, senza toccarlo, come a tendere le mani, come ad abbracciarlo. Le restituii l’immagine così come mi era giunta.

Agli incontri successivi, Alice mi riportò che incontrando la sorella, aveva notato che Anna risultava sempre essere la stessa, ma era cambiato lo sguardo con cui lei la guardava e poteva vederla così com’era, nella sua diversità, poteva avvicinarsi senza sentirsi limitata dalla sua esuberanza, riusciva a trovare il suo modo di esistere libera proprio consacrando l’importanza della loro differenza.

FIG. 2. Gustav Klimt, L’Albero della vita, Vienna, MAK – Museum für angewandte Kunst, 1909

Quando si entra in relazione con il paziente e con l’autobiografia letta ad alta voce, il corpo si pervade di sensazioni fisiche nuove e improvvisamente la mente srotola immagini davanti ai miei occhi come condensati informativi che puntualmente restituisco al paziente. Queste immagini sono sempre a contenuto naturale e sono vere e proprie immagini che prendono vita nel campo relazionale, dove il terapeuta si fa loro portavoce. È così che durante il dispiegarsi della lettura ad alta voce della biografia, il corpo e la mente del paziente e del terapeuta convergono in un “terzo luogo”, una terza istanza che parla per immagini. Con il termine immagini intendo «immagini con vita propria, l’immaginazione come atto che crea con il reale e sul reale» (Jung, 1997, p. 176). Sono le immagini che parlano e si presentano diventando orientanti la psiche e trasformative per la psiche stessa. L’immagine viene tradotta attraverso la parola che è una vibrazione in-formativa che colpisce la persona che la riceve in tutti i suoi sensi, non arriva solo all’udito, ma all’intero corpo, alle viscere. La voce varia nel tono, nel timbro, nella ritmicità e dunque la voce che traduce l’immagine diventa una sinfonia di accordi archetipici che fa vibrare l’intero corpo e apre la coscienza permettendo di riordinarsi a nuove frequenze.

L’immaginazione (in me mago) ci fornisce il tutto, immediatamente, è unificante, il tutto si unisce in un unico suono. Nell’immaginazione non esiste più la dialettica soggetto-oggetto, ma questi due aspetti si uniscono nella coscienza del sé narrante, unificata al mondo. L’apertura all’inatteso è ciò che ci conduce all’incontro con l’altro. È un momento poetico della terapia in cui tra stupore, commozione e gratitudine si fa esperienza dell’altro e della vita. Sono immagini pulsanti in cui si percepisce e si sente la forza dell’interrelazione del tutto. La nascita dell’immagine come prodotto dell’attività immaginativa che coglie il senso archetipico della vita è, come direbbe D’Annunzio, «un’epifania dello spirito» o più semplicemente un’ispirazione. Esiste un moto di integrità di mente e corpo, una connessione istantanea tra la sensazione fisica, l’emergere dell’immagine e la natura.

È così che lo sguardo del terapeuta ecobiopsicologico abbraccia, collega, crea connessioni, legami, si libera attraverso lo spazio e il tempo, con leggerezza. Il suo sguardo è periferico, panoramico perché non sono solo gli occhi a guardare, ma l’intero suo essere nella sua presenza sensoriale e intuitiva. Operando in tal senso il terapeuta entra in rapporto consapevole con «quella facoltà dell’anima capace di sintetizzare tutti i sensi – udito, olfatto, tatto, gusto – nell’unica singola facoltà di “vedere” costituito dalla percezione sensoriale del sovrasensibile» (Frigoli, 2019) chiamato corpo sottile, che proprio attraverso le immagini si manifesta. Quando parliamo di corpo sottile siamo in quel mondo intermedio, mundus imaginalis, che si stabilisce fra il mondo fisico delle forme concrete e quello che tende all’unità dei fenomeni. Nella relazione terapeutica è come se si stabilisse una connessione tra il sentire del terapeuta che, come quello del poeta, fa da ponte, da punto di incontro in sé tra lo strato più profondo del visibile e lo strato invisibile in cui pulsa l’energia. Lo spirito di ricerca e la possibilità di cogliere le connessioni fra il corpo, le emozioni implicite, il sentimento, l’immagine e la parola (Frigoli, 2017) sollecitano la dimensione generativa e favoriscono il risveglio del dialogo con l’anima che, a partire dalla storia autobiografia, ci apre a cogliere anche il senso più profondo della vita e ci parla per immagini poetiche nel dispiegarsi delle nostre molteplici esistenze.

FIG. 3. Karl Friedrich Schinkel, dalla scenografia per Il flauto magico di Wolfang Amadeus Mozart (1756-91): Il Palazzo della Regina, Berlino, produzione allestita all’Opera reale, 1816

«La bellezza del mondo costituisce un appello, nel senso più concreto del termine, e l’uomo, questa creatura di linguaggio, gli risponde con tutta la sua anima. Ogni cosa si svolge come se l’universo, nel pensarsi, attendesse l’uomo per essere detto». (Cheng, 2007, p. 74).

FIG. 4. Caspar David Friedrich, Signora alla luce del tramonto (Alba, Signora alla luce dell’alba), Essen, Museum Folkwang, 1818

 

References

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Cheng, F., (2007). Cinque meditazioni sulla bellezza. Torino: Bollati Boringhieri.

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Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/poiesis_(Enciclopedia-dell’-Arte-Antica)/

 

Note

[1] Poiesis, al greco poieo, ποίησις significa propriamente “il fare dal nulla” (Platone, Simposio, 205, b) e appare la prima volta in Erodoto, (ii, 82), col senso di “creazione poetica” (https://www.treccani.it/enciclopedia/poiesis_(Enciclopedia-dell’-Arte-Antica)/) a ricordarci che l’atto creativo accade dal nulla, da quel otium che è quiete e silenzio, in uno spazio intermedio.

[2] Autopoiesi è la capacità di un sistema complesso, per lo più vivente, di mantenere la propria unità e la propria organizzazione, attraverso le reciproche interazioni dei suoi componenti. In greco auto se stesso, poiesis creazione.

[3] Anamnesi come termine che fa riferimento alla filosofia di Platone, per cui la conoscenza vera si fonda sull’anamnesi o ricordo delle idee conosciute dall’anima nella sua esistenza iperurania anteriormente al suo ingresso nel corpo. Tale teoria presuppone la concezione dell’immortalità dell’anima e della sua preesistenza al corpo. Durante la sua prima esistenza disincarnata, l’anima, a diretto contatto con le idee, acquisisce tramite la sua parte più nobile, l’intelletto o νοῦς, un bagaglio di conoscenze che tuttavia il successivo contatto con il corpo le farà dimenticare. Compito specifico della filosofia sarà appunto quello di risvegliare nell’anima il ricordo della primitiva esistenza e quindi far tornare alla mente il bagaglio di conoscenze vere a suo tempo acquisito. Tema legato al “ricordare”, prima citato.

[4] Imprinting, termine coniato dallo zoologo Konrad Lorenz per definire una particolare modalità di apprendimento solo nelle prime ore dopo la nascita, dalle prime trentasei ore ai primi tre giorni, in cui si stabilisce l’impronta della specie. Imprinting di nascita è un termine introdotto da Dominique Degranges, allievo di Porges e Levine, secondo il quale già dal pre-concepimento ognuno di noi riceverebbe un’impronta che ci accompagna nella vita post-natale.

Festival della Complessità. Dialoghi sui Mondi Possibili
13 maggio ore 10-11.30

Il Filo del Sé. Narrazioni. Scrivere per ri-conoscere.
Tra trama e ordito. La Scrittura come via per comprendere se stessi per comprendere il mondo.

di e con
Francesca Violi

Chi sono
Proprio perché parleremo di narrazioni e di biografia, mi presento raccontandovi brevemente la mia storia. Nasco e cresco tra i colli dell’Appennino Tosco-Emiliano di cui ricordo la pace e la meraviglia legata al costante contatto con la natura e i suoi mutamenti stagionali.
Scrivo da quando ho 12-13 anni e ho iniziato con il classico diario quotidiano o diario segreto.
La mia curiosità per tutto ciò che riguarda la vita, la natura e l’uomo mi ha dapprima spinto a studi scientifici per poi portarmi verso l’area umanistica con la psicologia e le Arti.
Sono Psicologa specializzata in psicoterapeuta Ecobiopsicologica e Maestra d’Arte e nel 2010 pubblicai il mio, e per ora primo, libro Lilith. Risveglio di un’Ombra. Ed. Persiani.
L’incontro con l’Ecobiopsicologia fu per me non solo la possibilità di sintesi di tutto il mondo simbolico che da tempo mi interessava, ma fu anche la mia possibilità di crescere professionalmente, diventando post-specializzazione Caporedattrice della Rivista Materia Prima e successivamente Responsabile dei progetti e delle Innovazioni e docente dal 2011 al 2016. Nel 2012-2014 ebbi la possibilità di collaborare a un capitolo del libro Dal segno al simbolo di E. Laszlo, P.M. Biava e D. Frigoli, in cui si pongono le basi per il nuovo paradigma nel campo della medicina e della salute in ottica sistemico-integrata. Dal 2015 porto i miei contributi come relatrice al Festival della Complessità nelle diverse città.
Come in tutte le biografie gli eventi della vita si muovono in ciclicità con andamenti che spesso l’Io non riconosce come sensati ma ne vive solo la sofferenza. A causa di problematiche familiari fui costretta ad abbandonare i miei ruoli e l’abitazione che allora avevo a Milano per rientrare a Parma e occuparmi di me e della mia famiglia d’origine.
In quegli anni, faticosi e disorientanti e appunto dolorosi, ceraci di ripartire fondando Centro Speira dove tuttora lavoro insieme ad altre colleghe.
Quegli anni mi permisero di sondare e aprirmi a nuove conoscenze e un recupero di un nuovo equilibrio spazio-temporale tra lavoro e vita personale mi diede la possibilità di ritornare a scrivere non solo per articoli scientifici o clinici come avevo fatto negli ultimi anni, ma per me stessa e per il mondo in forma poetica e letteraria.
L’amore per il simbolico e i legami uomo-natura che già avevano base nel mio approccio Ecobiopsicologico e la nascita di mia figlia nel 2020 mi portarono ad recuperare gli studi antropofosofici che già avevo incontrato durante la formazione in Aneb e approfondito successivamente.
Per liberare ulteriormente la scrittura mi regalai nell’ultimo anno un percorso personale alla Libera Accademia dell’autobiografia (LUA) di Duccio Demetrio.
Ed eccomi oggi, come donna, madre, psicologa, psicoterapeuta, counselor biografica, scrittrice e formatrice e cercare di condurvi a sentire tutta la forza della parola e della scrittura e come poterla utilizzare nel vostro quotidiano o nella misura in cui in alcuni momenti possa essere una via per attraversarsi e ri-trovarsi.
Inizierei dunque dal titolo che ho scelto per il nostro incontro di oggi.

Narrazioni
Perché parlo di narrazione e complessità? All’interno del festival si parla di cultura della complessità che ha le radici nelle scienze della complessità… per complessità di intende da complector “tenere insieme”, “abbracciare”, lo sforzo di vedere tutto ciò che è la realtà come una serie di sistemi autopoietici in relazione costante tra loro, ciò vale sia per l’uomo e i suoi livelli di complessità interna (cellule, tessuti, organi, etc.. famiglia, società, natura) sia per i livelli di complessità della natura stessa nella sua multidimensionalità.Quindi oggi possiamo dire che si è arrivati alla consapevolezza che tutto è interrelato (entanglement) e tutto è in movimento continuo e trasformazione (cellule del corpo a parte le nervose mutano completamente in cicli di 7 anni, etc..) quindi come muta la materia muta anche il nostro Io, al nostra coscienza personale insieme alla coscienza collettiva, mutano le società, le famiglie, etc…Se riusciamo con la mente un attimo a fermare e cogliere nella loro profondità ciò che vogliono dire, allora per esempio ci ricorderemo che siamo noi sulla Terra a girare intorno al sole e sul nostro asse terrestre e non il contrario.Quindi mutiamo dentro e fuori costantemente… l’Io come le cellule muta nel tempo e cresce a ritmi archetipici che sono i ritmi della natura.A questo punto sono possibili solo narrazioni, proprio per questo continuo mutare, in cui la narrazione permette di dare forma e comprendere (tenere insieme) tutto ciò che finora si è presentato e co-costruito insieme uomo-natura.In un mondo in continuo divenire in cui sono le relazioni e le esperienze interrelate tra i diversi mondi e dimensioni che dettano il passo del cambiamento sia possibile solo narrazioni in divenire. Narrare dà forma alla mente e permette di prendere coscienza del momento presente e del proprio essere interrelati al tutto (entanglement).

Scrivere
Perché scrivere? “La parola e la scrittura sono movimento trasformato”, dice Steiner. Scrivere utilizza la mano che nel primo gesto dell’afferrare tanto caro alle neuroscienze in cui l’uso della mano è la conquista della verticalità anche nello sviluppo del bambino un passaggio fondamentale quando può stare in piedi senza aggrapparsi ed esplorare il mondo con le mani.
La scrittura (rigorosamente a mano) e nelle arti si attiva quel processo che Duccio Demetrio chiama bilocazione cognitiva in cui noi siamo allo stesso tempo autori e spettatori di noi stessi, dell’altro e del mondo. L’osservazione insieme alla narrazione sono due modalità basilari per essere nel mondo fluendo e dialogando con esso.

Per ri-conoscere
Ri-conoscere è inteso nel senso di guardarsi con gli occhi del bambino permettendosi di vederci di nuovo, nuovamente come una prima volta, “senza memoria né desiderio” direbbe Bion, senza giudizio o interpretazione, dando la possibilità di poter cogliere un nuovo fil rouge che finora non era che invisibile o inconscio. Ri-conoscersi nel senso di quel prendere forma nel presente cogliendo il senso di ciò che è stato, tessendo nel presente le basi del futuro.

Il Filo del Sè si ispira al termine Sutratma.

Sutratman
(San.) – Letteralmente, “il filo dello spirito”; l’Individualità immortale (il Sé) che si incarna negli uomini una vita dopo l’altra e su cui sono infilate, come perle su di un filo, le sue innumerevoli Personalità (Io), nella tradizione dei Vedantini.
(Occ.) – Filo di Vita o Filo di Fohat, è il Filo dell’Essere che anima l’uomo e passa attraverso le Personalità, o Rinascite, su questa Terra. Nella filosofia indù è detto Sutratma. Il filo di vita è il legame che unisce la serie ininterrotta delle manifestazioni della Vita (esistenze, rinascite), sia nel corpo fisico che al di fuori di esso.
Per cui faticasse a una visione spirituale più ampia che si allarga alla reincarnazione e alla vite precedenti può immaginare quel filo come base costante nella vita attuale di tutte le mutazioni dell’Io nel corso del tempo, così come dicevamo all’inizio.

Biografia
Il tema della biografia, dal greco bio: vita e graphos: scrittura, riguarda ognuno di noi. Non si tratta solo di un intessere per la propria vita, per il proprio destino, ma anche di un desiderio di comprendere le forme sorprendenti e diverse attraverso le quali si dispiega la vita degli altri. La conoscenza di sé e la conoscenza del mondo sono qui interconnesse in maniera inestricabile.
Ciascuno ha il suo “filo rosso di vita” personale, la sua propria bio-grafia che si intesse con quella degli altri per costruire il canovaccio della società umana in evoluzione.
La nostra bio-grafia va anche oltre e si intesse con la biografia delle piante, degli animali, dei minerali, con la biografia della Terra e dell’Universo. Ogni biografia è un fatto personale e collettivo, un fatto sociale.
In ogni biografia personale possiamo vedere questo intreccio e vedere come il nostro divenire è direttamente intrecciato e interdipendente al divenire degli Altri, del Mondo, della Natura, dell’Universo.
È L’ontogenesi ricapitola la filogenesi. Direbbe Haeckel
Possiamo cogliere nella nostra storia la storia dell’universo stesso e la sua autocreazione.
Facciamo un esempio semplice, ognuno di noi si ferma nella propria biografia spesso al nucleo familiare, si ferma alle storie umane, ma se allarghiamo la lente, vedremo nelle nostre biografie intrecciarsi storie di animali, anche per chi non ne possiede uno direttamente, storie di luoghi non solo case ma ambienti in cui queste case sono collocate. Storie che hanno contesti territoriali diversi…
Ecco che la biografia diventa la narrazione per eccellenza in cui ognuno di noi, partendo da se stesso può vedere le interconnessioni di sé con gli altri, il mondo, la natura e come tutte queste connessioni abbiano contribuito a renderlo ciò che è.

Quando la Vita diviene la prima e la maggiore delle Arti, tutte le altre non sono che una introduzione meno nobile, e anche la Scienza se vuole penetrare l’intima essenza delle cose deve essere in grado di suggerire emozioni e stati di animo, (…) deve diventare un Arte poetica, perché la Vita è soprattutto musica, in cui armonicamente si fondono le leggi matematiche del suono e le impressioni indefinite dell’anima
Diego Frigoli, Il Telaio incantato della Creazione, 2022

Come utilizzo dunque la scrittura?
La uso come psicoterapeuta, in psicoterapia, con i miei pazienti inserendo la biografia o la scrittura dei sogni, dei pensieri, lettere…
Come Counselor biografico come percorso in un numero preciso di incontri in individuale che ripercorre la propria biografia dalla nascita ad oggi.
In gruppo, nei percorsi Il Filo del Sé, rimanendo nel rispetto della privacy individuale, in una serie di incontri strutturato a moduli in cui ognuno si ferma al modulo dell’età in cui si trova.

Percorso: percursus del lat. percurrere “passare attraverso”, comp. di per- e currere “correre”]
Il percorso è accessibile a tutti, per il momento dai 21 anni in su, in cui esplorandosi a partire dalla propria storia ognuno possa divenire se stesso prendendo coscienza di sé aprendosi alla scoperta di un senso più ampio della vita.
Entrando in contatto con la propria storia e cogliendo la complessità e l’interdipendenza di ogni cosa, si può essere toccati in modo commovente dalla forza dell’esistenza che è in ognuno di noi e in ogni cosa.
Il percorso di scrittura autobiografica è strutturato a moduli, può essere un lavoro individuale o individuale fatto in gruppo che lascia tutto lo spazio alla profondità della storia personale mantenendo la protezione delle proprie parti in gruppo. Ogni gruppo ha proprie dinamiche e proprie caratteristiche che creeranno il campo di lavoro del gruppo stesso.
Il percorso Filo del Sé si muove secondo i ritmi archetipici della vita e della natura e non ha una struttura fissa, se non dal punto di vista analogico-simbolico seguendo le tappe temporali della crescita (ordito), e si autodefinisce col gruppo che si crea (le trame dei singoli partecipanti), il terapeuta (facilitatore) si limita a mettere in gioco le forze che già sono presenti nel campo accompagnandone il ritmo.

Se vuoi conoscere te stesso,
guarda in ogni angolo del mondo;
se vuoi conoscere il mondo,
osserva nel profondo di te stesso.
Se vuoi conoscere te stesso,
allora cercati nell’universo;
se vuoi conoscere il mondo,
allora spingiti nel profondo di te stesso.
Tutte le tue profondità,
come in un ricordo del mondo,
ti sveleranno i misteri del cosmo
Steiner

L’importanza del Ricordare
“Siamo qui non per apprendere ma per ri-cor-dare”
Lat. recordari, der. di cor cordis ‘cuore’, in quanto dagli antichi era ritenuto sede della memoria, col pref. re- .
Siamo qui per dare di nuovo cuore a ciò che c’è, ricordare nel senso Platonico di poter accedere a quelle memorie dimenticate fondamento della vita e da sempre substrato della nostra anima
Attraverso la scrittura autobiografica in un percorso che vada ad aprire il cuore in tal senso, permettendoci di rivedere noi stessi sotto una nuova luce, è possibile riscrivere se stessi diventando ciò che si è.

Connettoma
Oggi le neuroscienze parlano di connettoma come la biografia delle nostre relazioni ed esperienze.
Ciò ci è anche confermato dalle neuroscienze quando ci dicono che noi siamo il nostro connettoma, ossia la mappa comprensiva delle connessioni neurali nel cervello, costruita su base relazionale ed esperienziale e che i connettomi si modificano nel corso della vita a seconda delle esperienze e degli accadimenti che per ognuno di noi sono diversi (Seung, 2012). Seguendo tale approccio, potremmo affermare che, se da un punto di vista genetico il genoma definisce la nostra essenza in potenza in quanto normalmente non modificabile, il connettoma estrinseca il pensiero umano nel suo evolversi, in quanto inserito in un contesto che alimenta la persona, definendola attraverso un omeostasi dinamica all’interno di un quadro sistemico.
“La mente è il prodotto delle interazioni fra esperienze interpersonali e strutture funzioni del cervello (…) emerge da processi che modulano flussi di energia e di informazioni all’interno del cervello e fra cervelli diversi (…) si forma all’interno delle interazioni fra processi neurofisiologici interni ed esperienze interpersonali. Lo sviluppo delle strutture e delle funzioni cerebrali dipende dalle modalità con cui le esperienze, e in particolare quelle legate a relazioni interpersonali, influenzano e modellano i programmi di maturazione geneticamente determinati dal sistema nervoso. In altre parole, le “connessioni” umane plasmano lo sviluppo delle connessioni nervose che danno origine alla mente” (Siegel, 2001).
Non è possibile scindere il corpo dalla mente e la mente dal corpo e questi dall’ambiente in cui si trovano: “gran parte della fisiologia cerebrale non è né hardware, né software. Piuttosto è una fisiologia umida, come fluidi, ormoni, trasmettitori, sostanze biochimiche ed endocrine- tutte cose per le quali il cervello risulta essenzialmente connesso con il corpo intero e con il resto della fisiologia nella sua globalità” (Dbru).
Gli scienziati impegnati nello studio del connettoma ne vedono il substrato neurobiologico: “…ogni fiume ha un letto, e senza questo solco nella terra l’acqua non saprebbe in quale direzione scorrere. Ecco… dal momento che il connettoma definisce le vie di scorrimento dell’attività neurale, possiamo considerarlo il letto del fiume della coscienza. È una metafora molto potente. Nel lungo periodo, come l’acqua del fiume plasma lentamente il letto, così l’attività neurale cambia il connettoma” (Seung).
La risposta avanzata da Seung a queste domande è sicuramente affermativa (Seung). Egli infatti sostiene che la prima vera possibilità offerta dalla conoscenza del connettoma abbia a che fare con la nostra unicità. Sappiamo che esistono differenze individuali anche molto marcate e che dipendono da fattori fenotipici e genotipici, ma il connettoma riesce a spingersi ancora più in là essendo un marcatore individuale che ci consente di cogliere la pluralità delle differenze e nel contempo l’unicità delle nostre caratteristiche: perché siamo più introversi dei nostri amici, più curiosi, meno attenti, più aggressivi e meno tolleranti ecc ecc.

Ecco perché possiamo ritenere fondamentale il tema della biografia e dell’autobiografia come esperienza e relazione che permette di ri-conoscere se stessi interrelati alla natura e al movimento dei ritmi universali.

Per Info e conoscere Il Filo del Sè
Potete seguirmi e trovare tutte le informazioni sulla pagina Facebook o Instagram @ilfilodelse dove trovate spunti di riflessione e troverete le iniziative e i corsi. Le stesse informazioni sono anche nel mio sito www.francescavioli.it.
Potete scrivere a ilfilodelse.bio@gmail.com

Bibliografia
Frigoli D., Il telaio incantato della vita, 2022
Dbru C., Metafore del cervello, in Gagliasso E., Frezza G. (2010) (a cura di), Metafore del Vivente. Linguaggi e ricerca scientifica tra filosofia, bios e psiche, Franco Angeli, Milano
Laszlo E., Biava P.M., Frigoli D., Dal segno al simbolo, ed. Persiani, 2014
Seung S, Connettoma, Codice Ed., 2013
Steiner R., Le Basi Conoscitive e i Frutti dell’Antroposofia, Antroposofica Ed. 2018

Ogni uomo è un Mondo Possibile?
Articolo per Festival della Complessità 2023 (https://www.festivalcomplessita.it/ogni-uomo-e-un-mondo-possibile/)

Una domanda provocatoria, una domanda per riflettere insieme.

Innanzitutto chi è l’uomo?

L’uomo è figlio del cosmo – ricorda Morin – e: “ognuno di noi porta in sé particelle nate agli inizi dell’universo, atomi forgiati dal cuore ardente delle stelle anteriori al nostro Sole, molecole formate sulla terra o atterrate da aereoliti, antenato/i di unicellulari, poi eucarioti pluricellulari, poi animali, pesci, anfibi, rettili, mammiferi, primati. Portiamo in noi la storia del cosmo e quella della vita, ma ne siamo separati dall’originalità della nostra cultura, del nostro linguaggio, della nostra coscienza” (Morin, 2018)

In questa immagine di uomo, così dipinta da Morin, si scorge il fluire della vita, l’ontogenesi che ricapitola la filogenesi se vogliamo dirla con Haeckel, il rapporto uomo-natura-universo, il microcosmo nel macrocosmo, il corpo come mandala dell’universo. E in tutto quel rincorrersi di parole a descrivere la vita, il limite delle parole stesse a poterne descrivere la realtà, il limite sensoriale umano nel poter vedere la vera realtà del mondo così com’è. È allora il dialogo con l’irrazionalizzabile sempre usando parole di Morin o l’ampliamento del campo di conoscenza verso all’immaginario e l’ignoto per dirla con Frigoli, che permette alla mente di cogliere intuitivamente l’ologramma, la forza archetipica in-formatrice della vita.

“Per entrare in contatto con la verità profonda delle cose – dice Frigoli (2022) – che va al di là del loro aspetto esteriore, occorre che si ribalti la sfiducia che la scienza manifesta nei confronti dell’ignoto e dell’oscuro, consentendo la scoperta delle emozioni di fondo presenti nel nostro immaginario quando considera il mondo non tanto come uno scenario da descrivere, quanto come un misterioso codice di simboli da penetrare e decifrare con lo strumento dell’analogia, la sola in grado di farne affiorare il senso riposto e di ricondurre tutto a quella totalità che la visione ordinaria della vita corrompe e distrugge”.

E continua: “Lo schema scientifico che vincola la natura, l’uomo e l’universo in un tutto coerente, è costruito da un’immensa catena di “coscienza” che la ricerca cosmologica chiama “in-formazione”. Le in-formazioni collegano tutte le cose dell’universo, gli atomi come le galassie, gli organismi e le loro menti a comporre una Grande Danza, la Danza della Vita”.
Si usa qui il termine in-formazione per esprimere la connessione coerente delle relazioni che vincolano sincronicamente tutte le cose dell’universo, dando forma alla coscienza dell’uomo.

Cosa intendiamo per coscienza?

Il limite del definire la coscienza, nel nostro idioma, è la mancanza, a differenza di altre lingue come per esempio nel sanscrito, di avere una pluralità di parole che individuano differenti e precisi stati. Per coscienza si intende in generale il campo entro cui avviene ogni esperienza. La coscienza non si limita alla sola umana. Ogni forma dell’universo ha un proprio stato di coscienza, definita da Maturana e Varela cognizione.

Solo con i vertebrati, nei primati e nell’uomo il sistema nervoso si è così evoluto a tal punto che i nostri modelli interiori della realtà sono diventati così complessi da includere la riflessione sul mondo stesso: nasce la coscienza autoriflessiva. Con la coscienza riflessiva non solo abbiamo esperienza del mondo intorno e dentro di noi, ma anche siamo consapevoli di noi stessi in quel mondo.
L’emergere della coscienza riflessiva è in qualche modo legato allo sviluppo del linguaggio.

Ecco che le scienze cognitive distinguono due tipi di coscienza: la coscienza primaria o nucleare e la coscienza di ordine superiore o riflessiva. La primaria fornisce all’organismo un senso di sé in un dato momento e luogo, senso transitorio di sé condiviso anche da mammiferi, uccelli e vertebrati (Damasio, 1999). La riflessiva parte da un concetto di sé come essere che pensa, che riflette sul suo passato e prevede il futuro, usa il linguaggio e il pensiero astratto, produce immagini mentali, strategie e credenze.

La realtà quindi che ci appare come tale è co-prodotta dalle potenze organizzatrici del nostro cervello; noi non la conosciamo direttamente ma solo attraverso le modificazioni indotte dalle nostre sensazioni, percezioni, emozioni e dal nostro stesso linguaggio, nonché dalle teorie o filosofie della nostra cultura e società.

Possiamo pensare che tutte le forme materiali esistenti altro non siano che stati di coscienza in evoluzione?

Quello che sicuramente possiamo dire è che la coscienza è così antica da essere contemporanea alla vita, anzi incorporata alla vita.

Se l’universo possiamo dire essere un mistero costruito in forma “poetica”, un continuum infinito che si dipana in infinite molteplicità di forme che ci appaiono come finite e temporali, è necessario che l’uomo esplori e si confronti col suo immaginario, con l’ignoto, luogo da cui scaturiscono anche le grandi intuizioni della scienza. Non c’è una realtà in sé ma un’auto-organizzazione dell’universo che produce la sua realtà e questa auto-organizzazione è uno stato di coscienza misterioso, ad un tempo illusorio e reale, come la coscienza stessa dell’uomo (Frigoli, 2022).

Come metterci in contatto con la poeisis dell’universo?

Confrontarci col nostro immaginario e metterlo in relazione al nostro corpo, interrogarsi sulle relazioni uomo e natura, corpo e universo permette di entrare in contatto con ciò che la cosmologia definisce l’ordine olografico delle in-formazioni costruite dalla nostra mente.

Siamo noi esseri umani a produrre in noi stessi le forme che percepiamo, quando la nostra mente e il nostro corpo entrano in risonanza con gli ologrammi presenti nelle forme del mondo naturale, che sono costruite sulla base delle leggi archetipiche e a seconda della nostra capacità di leggere nella struttura delle cose le loro proprietà analogiche diventa possibile alla nostra mente accedere alla conoscenza delle forze archetipiche stesse.(Frigoli, 2022)

Ciò ci è anche confermato dalle neuroscienze quando ci dicono che noi siamo il nostro connettoma, ossia la mappa comprensiva delle connessioni neurali nel cervello, costruita su base relazionale ed esperienziale e che i connettomi si modificano nel corso della vita a seconda delle esperienze e degli accadimenti che per ognuno di noi sono diversi (Seung, 2012). Seguendo tale approccio, potremmo affermare che, se da un punto di vista genetico il genoma definisce la nostra essenza in potenza in quanto normalmente non modificabile, il connettoma estrinseca il pensiero umano nel suo evolversi, in quanto inserito in un contesto che alimenta la persona, definendola attraverso un’omeostasi dinamica all’interno di un quadro sistemico.

Partendo da noi stessi, nel continuo interrogarci profondamente sulla nostra natura umana e ritrovando nel corpo quelle forme in-formate archetipiche che sono proprie anche della natura e dell’universo, possiamo essere testimoni nell’esperienza diretta di questo fluire, mutare continuo in relazione alla natura, al cosmo, all’universo ed essere parte di un tutto.

Abbiamo la possibilità di osservare e partecipare all’avvenire – nel suo senso etimologico “che deve avvenire, accadere” con direzione al futuro – e nell’avvenire ognuno di noi possa essere una possibilità di creare, anzi immaginare mondi possibili, non guidati da un intellettualismo ma dall’intelligenza del cuore, da una visione sistemico-complessa, dalla saggezza incarnata, che è sentire palpitare e vibrare il corpo e l’anima di fronte alla propria storia, alla storia dell’altro, alla storia della natura, alla vita nel suo essere e divenire.

Proprio nel divenire degli ultimi anni in cui lo stadio di coscienza ed esistenza è mutato insieme alla complessità del mondo e viceversa, siamo chiamati a immaginare e co-creare mondi possibili insieme tra di noi recuperando quel profondo legame con la natura e il cosmo che abbiamo visto essere parte fondante di noi e della vita.

Eccoci qui per auto-osservarci, interrogarci, sondare l’immaginario e l’irrazionale, aprirci con stupore e meraviglia a cogliere la bellezza della vita cercando parole per narrarla che siano vicini alla poesia (poiesis), alla reverie di Bachelard, affinchè si possa trovare un linguaggio nuovo, un nuovo stadio di coscienza aperto a cogliere l’evoluzione continua della vita e della coscienza in tutte le forme in-formate in cui si manifesta.

Bibliografia
Bachelard G., La poetica della reverie. Dedalo ed., 2007

Capra F., La rete della vita., BUR, 1996

Capra F e Luisi P.L., Vita e natura, Aboca Ed., 2017

Damasio A , Emozione e coscienza. Adelchi, 1999

Frigoli D., Ecobiopsicologia. Psicosomatica della complessità., M&B, 2004

Frigoli D., Il telaio incantato della vita, 2022

Laszlo E., Olos. Il nuovo mondo della scienza., Riza, 2002

Laszlo E., La scienza e il campo akashiko. URRA, 2010

Maturana H e Varela F., Autopoiesi e cognizione. Marsilio, 2001

Morin E., 2018, Conoscenza, ignoranza, mistero, Cortina Ed.

Morin E. Scienza con coscienza. FrancoAngeli, 1982

Seung S., Connettoma., Codice Ed., 2012