QUALE FUTURO? IL PRESENTE VIVENTE

A cura di Francesca Violi
Festival della Complessità | XVI Edizione

Una domanda che ha necessità di una risposta complessa, ossia una risposta che tenga insieme molti aspetti dell’umano, tra i quali il tema del tempo, che come direbbe Sant’Agostino:

Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so.” (Sant’Agostino, Confessioni)

La parola futuro deriva dal latino futūrus, participio futuro del verbo sum (io sono), a sua volta derivato dalla radice dell’antico verbo fuo (“essere”, “nascere”, “diventare”). Letteralmente significa “ciò che sta per essere“, indicando un tempo che non esiste ancora ma che è in divenire.

Sinonimo di Futuro è la parola “avvenire” che deriva dal latino advenire, composto da ad– (verso, avvicinamento) e venire (giungere), col significato letterale di “giungere a”, “sopraggiungere”. Il termine indica il tempo che sta per arrivare (futuro), inteso come qualcosa che “viene verso di noi”, “accade” o “succede”.

Il tempo futuro dunque è divenire, va oltre noi e nello stesso tempo viene verso di noi, viene da noi, nell’eterno ciclo di costruzione dell’unico vero tempo che esiste, cioè il presente.

Ci dice Coelho:  “Io non vivo né nel mio passato, né nel mio futuro. Possiedo soltanto il presente, ed è il presente che mi interessa. Se riuscirai a mantenerti sempre nel presente, sarai un uomo felice, la vita sarà una festa, un grande banchetto, perché è sempre e soltanto il momento che stiamo vivendo” (Paulo Coelho, L’Alchimista)

Il tempo quindi sia esso passato del presente, futuro del presente o presente del presente, ossia il qui e ora, l’hic et nunc, è un tempo che è percepito, è percezione del momento in cui siamo, è percezione legata alla nostra storia, al nostro contesto, al nostro vissuto.

Così come ci racconta Cesare Pavese: “L’ozio rende lente le ore e veloci gli anni. L’operosità, rapide le ore e lenti gli anni. L’infanzia è la massima operosità perché occupata a scoprire il mondo e svelarselo. Gli anni diventano lunghi nel ricordo, se ripensandoci troviamo in essi molti fatti da distendervi la fantasia. Per questo l’infanzia appare lunghissima. Probabilmente ogni epoca della vita si moltiplica nelle successive riflessioni delle altre: la più corta è la vecchiaia perché non sarà più ripensata.” (Cesare Pavese, Diario del 1938)

O con altre parole Eugenio Borgna: “Non si misura il tempo interiore, il tempo vissuto, (…) Il tempo vissuto cambia di situazione in situazione, di stato d’animo in stato d’animo, perché ogni stato d’animo, ogni emozione, si accompagna ad una diversa esperienza del tempo. (Eugenio Borgna, Il tempo e la vita)

Il tempo presente è il tempo vivente, esso contiene in se stesso sia il passato sia il futuro e, al contempo, non è né passato né futuro.

Il tempo vivente dunque è legato allo stato della nostra coscienza che si presentifica e varia allo scorrere delle esperienze, degli incontri, degli eventi che si susseguono dentro e fuori di noi. Possiamo dunque proiettare in avanti immagini diverse e scenari diversi a seconda del nostro stato interiore e della nostra storia, biografia, cultura, appartenenza geografica, etc… Il futuro e la nostra immagine di futuro si co-creano nella sinergia tra il fluire della vita, la nostra coscienza e il mondo esterno, l’ambiente che viviamo, la storia e le esperienze che ci hanno resi ciò che siamo e continuamente ci modifica nel nostro divenire vivente.

Per accettare la realtà e viverla per come ci si presenta e per come si muove la vita, è necessario un pensiero sistemico-complesso che come ci racconta Morin, tenga compresenti e in dialogica gli opposti, accettandone la coesistenza, un pensiero che rifletta a lungo su ciò che siamo e ciò che esiste, per comprenderlo nel suo divenire spiralidico.

“L’avvenire radioso conduce alla morte. La strada del divenire è aperta.”
Morin, La vita della vita.

Morin dice che il disordine è una nuova occasione per esplorarsi dentro, comprendendo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Esplorarsi dentro in termini junghiani significa confrontarsi ed entrare in dialogo con la propria parte Ombra.

Lo scenario che stiamo vivendo oggi, è uno scenario che ci dà grande opportunità di esplorare la triade individuo-società-specie nelle sue radici più profonde, permettendoci di vivere il futuro come metamorfosi, come un’eterna “transizione di fase”, recuperando nel movimento presente e vivente, l’unica forma di equilibrio. Movimento che sia di reliance, e non solo meta-cognitivo, di spinta profonda, calore umano, scintilla che dà la vita.

G. Jung nel libro Presente e Futuro (Gegenwart und Zukunft in tedesco, Present et Avenir in francese), saggio politico e sociale scritto nel pieno della Guerra Fredda, ribadisce che l’unica difesa contro la propaganda e l’oppressione è la conoscenza di Sé (Selbsterkenntnis). In questo libro Jung apre con una domanda e scrive (p. 3): “La domanda: che cosa ci porterà il futuro? Ha sempre pre occupato gli uomini, ma non sempre nella stessa misura.” Jung critica sia la Scienza, che se usata statisticamente ignora l’unicità dell’essere umano, che non fa “media”, sia la Religione che, se è adesione a dei dogmi, diventa esperienza esterna, senza che avvenga un’esperienza individuale profonda della stessa. Conclude dicendo che il destino dell’umanità non si decide nelle grandi istituzioni, ma nella mente di ogni singolo individuo.

La psiche intesa come totalità dinamica e complessa, composta di conscio e inconscio, e il recupero del contatto con essa, è importante ai fini della metamorfosi. La sopravvivenza psichica futura dipende dalla capacità di guardare dentro di sé, all’inconscio, nel continuo sforzo verso l’autoconoscenza. Verso le ultime pagine del libro (p. 80) scrive: “Lo sforzo verso l’autoconoscenza non è mai vano anche perché esiste un fattore che è stato sinora fondamentalmente trascurato: l’inconscio spirito del tempo, che compensa la presa di posizione della coscienza e anticipa quasi per presentimento le modificazioni future.”

Il presente diventa allora un momento cruciale, un “tempo di transizione” carico di paure ma anche di potenzialità, in cui l’uomo deve cercare di rimanere centrato, di farsi domande ed esplorare le profondità di ciò che vive, cercare un ascolto dentro di sé, grazie anche al disordine storico esistente, nel processo di opposizione e complementarietà dentro-fuori.

Jung profetizza, in questo testo, che i pericoli del futuro non sono di natura fisica (come guerre tradizionali), ma di natura psichica, ossia la perdita di senso.

La perdita di senso come unica vera malattia per noi umani, dotati di autocoscienza.

Un appello controtendenza e nuovo, quello di Jung – in linea con lo sguardo complesso di Morin che ci esorta a riflettere su ciò che sappiamo da un lato e di aprirci al dialogo con l’irrazionalizzabile dall’altro – che dichiara che non servono nuove leggi o nuove armi, ma un ritorno all’individuo e alla sua integrità spirituale che passa necessariamente da un confronto con le proprie parti più profonde, affinchè possa nascere un nuovo sguardo di sé e della realtà, un nuovo pensiero, una nuova immagine dell’uomo e del mondo e così  di conseguenza nuove azioni.

Un tempo dunque per conoscere, vivere e accordare le polarità dentro di noi (dialogica). Un tempo per esplorare nelle nostre profondità il senso dell’esistenza umana, un tempo per recuperare le radici radicate nell’inconscio collettivo e negli archetipi, nella noosfera e nella biosfera, un tempo per riconoscere l’inseparabilità di individuo-società-specie (umanità).

Quale Futuro?

Iniziare da oggi a guardare dentro di noi, nel nostro essere nel mondo, nelle Ombre personali e collettive, attraverso lo sguardo del pensiero complesso. Un presente di impegno e di ricerca verso un dialogo col Sé e con l’irrazionalizzabile, figlio della comprensione che i livelli di esistenza individuo-società-specie, sono interrelati tanto quanto corpo – psiche – spirito  e che partendo da un vertice si lavora in sinergia anche sugli altri.

“Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”, dice C. G. Jung

E ci ricorda Morin: “Niente è sicuro, nemmeno il peggio.”

Sarà l’Homo, che da Sapiens, diventerà Symbolicus, nel costante sforzo di autoconoscenza la nostra possibilità di esistere e vivere nuovi mondi?

 

Bibliografia

Paulo Coelho, L’alchimista, La nave di Teseo, 1988

Carl Gustav Jung, Présent et avenir. Buchet/Chastel, 1962

Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, Feltrinelli, 2016

Qohélet o l’Ecclesiaste, (A cura di G. Ceronetti), Giulio Enaudi Ed., 1997

Edgar Morin, Identità umana. Raffaello Cortina, 2001

Edgar Morin, La vita della vita. Raffaello Cortina, 1980

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Diari 1938 – 1950

Sant’Agostino, Confessioni, 397 e il 400 d.C

Pauli W. (2006), Psiche e Natura. Milano: Adelphi

A cura di Francesca Violi, psicologa psicoterapeuta Ecobiopsicologia. Terapeuta EMDR. Esperta mindfulness. Maestra d’arte e conduttrice di laboratori di scrittura. Autrice di diversi articoli e scrittrice.

 

Psiche e Natura rappresenta il culmine formale della collaborazione e del confronto tra W. E. Pauli e C. G. Jung, iniziata nel 1932, raccolta nel carteggio, durato più di un quarto di secolo, che da “diario vivo” di confronto scientifico e umano diventa qui opera teorica sistematica a sostegno della relazione tra materia e psiche e archetipo.

Frutto di questa correspondentia è la pubblicazione nel 1952 di Naturerklärung und Psyche, che comprende, accanto al noto La sincronicità come principio di nessi acausali di Jung, lo studio di Pauli L’influsso delle immagini archetipiche sulla formazione delle teorie scientifiche di Keplero, qui tradotto per la prima volta in italiano insieme a due preziosi scritti del 1948 e del 1953: Moderni esempi di «Hintergrundsphysik», un «abbozzo» rinvenuto nella corrispondenza con Jung dove Pauli esamina il significato simbolico e il fondamento archetipico dei concetti quantitativi della scienza, e il sorprendente La lezione di piano, «una fantasia attiva sull’inconscio» dove espone le sue congetture su fisica, psicologia, biologia.

Vediamo uno per uno questi contributi, queste pietre miliari che  superano il dualismo psiche-materia, aprono una nuova visione e una via interdisciplinare della conoscenza.

Partiamo da MODERNI ESEMPI DI HINTERGRUNDSPHYSYK (1948). Si definisce Hintergrund lo fondo, sfondo o retroterra, che per Pauli è quello degli archetipi, il cui ruolo nella formazione dei concetti quantitativi della scienza è al centro della sua indagine. Il suo intento in questa opera rigorosa nei suoi passaggi logici e scientifici è far intravedere una linea di sviluppo verso una futura descrizione della natura che comprenda unitariamente physis e psyche, ossia risalire al retroterra archetipico dei concetti scientifici. Pauli cerca di rintracciare come i concetti della fisica moderna (principio di esclusione e complementarietà) sia in realtà legate a strutture archetipiche profonde. Indagine che allarga alla figura di Keplero.

 

Infatti in L’INFLUSSO DELLE IMMAGINI ARCHETIPICHE SULLA FORMAZIONE DELLE TEORIE SCIENTIFICHE DI KEPLERO, Pauli analizza il pensiero di Keplero e la nascita dei suoi concetti scientifici e delle sue scoperte nel contesto storico culturale in cui egli viveva. Pauli non rinnega mai il principio di oggettività della sua scienza. Ma ciò non gli impedisce, ad esempio, di prendere a pretesto la disputa, che oggi può apparire di mero interesse erudito, tra Keplero e il grande pensatore dell’esoterismo Robert Fludd per ricercare un «oltre», rispetto alla fisica, capace di colmare il vuoto lasciato dalla cancellazione dell’Anima Mundi e di ricomporre su un piano più alto la perduta armonia – fondendo così la ricerca nel campo che lo ha reso famoso con riflessioni sulla psiche di rara suggestione. È infatti con APPENDICE II – FLUDD SULLA QUATERNITA’ che viene recuperata e approfondito il tema della quaternità, tema centrale dell’Alchimia, e del numero come archetipo.

 

È però con l’ultimo pezzo raccolto in Psiche e Natura che Pauli offre il meglio di sé. LA LEZIONE DI PIANO, dedicato personalmente a Maria-Louise von Franz (1953) è un testo visionario e straordinario, di una bellezza e una libertà conquistata da un Pauli orami maturo, individuato, che può superare il rigore scientifico con cui era solito esprimersi e lasciarsi andare guidato dalle immagini che nella sua mente prendono vita. In La Lezione di Piano (1953) egli si abbandona a un monologo interiore, che ha il ritmo di una piéce teatrale di Ionesco, in cui Pauli si esprime liberamente su psicologia, fisica, biologia, musica, ritmo e numeri, sciogliendo così il suo complesso dell’Anima.

 

Sinossi

Apro qui una parentesi obbligata sul libro di Pauli Psiche e Natura che raccoglie al suo interno Moderni esempi di Hintergrundsphysik del 1948, in cui Pauli indaga, attraverso appunto la simbologia dei suoi sogni, in particolare sulla radioattività che ricordiamo egli accosta al Sé, la relazione tra i concetti scientifici e gli archetipi, laddove Hintergrund sta proprio per fondo, sfondo o retroterra che è quello degli archetipi. L’influsso delle immagini archetipiche sulla formazione delle teorie scientifiche di Keplero, in cui studia attentamente come gli archetipi influiscono sui concetti scientifici di Keplero, cosa che viene ulteriormente approfondita nell’Appendice II – Fludd sulla Quaternità, nell’esplorazione appunto dell’archetipo del numero della quaternità nella visione appunto di Fludd. Il libro raccoglie un ultimo testo di Pauli intitolato La Lezione di Piano (1953), dedicato a Maria-Louise von Franz in cui Pauli si esprime liberamente su psicologia, fisica, biologia, musica, ritmo e numeri.

 

Jung e Pauli. Il carteggio originale: l’incontro tra Psiche e Materia (a cura di Sparzani A. con Panepucci A.), (2015), Bergamo: Moretti&Vitali

A cura di Francesca Violi, psicologa psicoterapeuta Ecobiopsicologia. Terapeuta EMDR. Esperta mindfulness. Maestra d’arte e conduttrice di laboratori di scrittura. Autrice di diversi articoli e scrittrice.

Il carteggio originale è un’opera straordinaria che documenta uno dei dialoghi intellettuali più profondi e insoliti del XX secolo. Non è una semplice raccolta di “lettere”, ma una correspondentia feconda che pone le basi per un confronto tra la psicologia del profondo e la fisica quantistica.

Tutto inizia nel 1932 quando Wolfgang Ernst Pauli chiede, su suggerimento del padre Wolfgang Joseph Pauli, a Carl Gustav Jung un appuntamento per valutare la possibilità di intraprendere un’analisi.

Wolfgang Pauli all’età di 32 anni, aveva già prodotto importanti scoperte nel campo della fisica (che gli varranno il premio Nobel nel 1945), era un esponente della comunità scientifica internazionale ai massimi livelli e insegnava fisica teorica nel prestigioso Politecnico federale di Zurigo. Aveva introdotto nella fisica atomica la nuova grandezza denominata spin, aveva formulato il principio di esclusione che dava finalmente una spiegazione chiara alla tabella di Mendeleev e aveva già postulato l’esistenza di una nuova particella, il neutrino (vista sperimentalmente nel 1956).

Sul piano personale era però un uomo terribilmente inquieto, irritabile, depresso. Inquietudine che venne aggravata da alcuni eventi accaduti pochi anni prima della decisione di intraprendere l’analisi: il suicidio della madre e il fallimento del suo recente matrimonio.

Carl Gustav Jung in quegli anni era affascinato dall’Alchimia e impegnato a decifrarne i testi, nonché a studiare ciò che egli definì, proprio durante gli anni del carteggio, Sincronicità, ovvero quelle coincidenze significative che non possono essere spiegate come causa-effetto, che dal 1915 aveva iniziato a indagare col nome di “principio di nessi acasuali”.

Così Jung descrive il suo primo incontro con Pauli nel gennaio del 1932 “mi accorsi che era pieno zeppo di materiale arcaico e mi dissi: ‘Ora farò un interessante esperimento al fine di ottenere quel materiale nella sua purezza, senza alcuna influenza da parte mia’ (…) così lo mandai da una dottoressa che era allora una principiante (…) per sorvegliare i suoi sogni e lui li scrisse accuratamente.”

Ebbe inizio l’esperimento e, Pauli, una settimana dopo l’incontro con Jung, il 3 febbraio 1932 contattò Erna Rosenbaum, giovane dottoressa austriaca, allieva di Jung, adatta in quanto donna, principiante e scevra dalla conoscenza dell’alchimia e del materiale archetipico.

Pauli trovò subito grande sollievo nel dare forma scritta ai suoi pensieri e ai suoi sogni, la terapia durò circa due anni, fino al 1934 per poi riprendere dopo 8 mesi sotto forma di una correspondentia, composta da 80 lettere, che tra Pauli e Jung durò 25 anni e in cui due mondi, due campi di indagine, la fisica e la psicologia, la mente e la materia, fino ad allora lontanissime intrapresero un dialogo attraverso le loro personalità.

Pauli arriva da Jung con una domanda relazionale, affettiva, di cuore, rivolta al femminile, una ricerca e un confronto con l’Anima, un Complesso dell’Anima dice Jung, e “affetto” dal famoso Effetto Pauli, che altro non è che un fenomeno di sincronicità. Un movimento personale quello di Pauli che diventa un movimento collettivo nella comprensione di chi siamo. Un incontro quello tra Pauli e Jung che diventa un ponte tra mondi.

Nel carteggio troviamo un Pauli che si permette toni e modalità meno rigorose e analitiche, senza perdere la precisione e l’attenzione del punto di vista scientifico. Troviamo uno Jung maturo che concepisce, appunto attraverso l’incontro con Pauli, il concetto di sincronicità, pilastro portante nella teoria junghiana, che trova nella fisica quantistica le basi scientifiche delle sue intuizioni.

Il carteggio si muove a partire dai contenuti onirici trascritti da Pauli, dato che tali contenuti sono popolati essenzialmente da elementi tratti dalla fisica del tempo, citiamo brevemente le scoperte con cui Pauli e quindi anche Jung, entrano in dialogo.

Al tempo della terapia iniziata da Pauli: Einstein aveva dato vita alla teoria della relatività 1915 sul quale Pauli a 16 anni aveva prodotto un articolo che verrà pubblicato nel 1921; arrivato a Monaco nel 1918, a 18 anni, diventa suo mentore Arnold Sommerfeld che ha dato alla fisica quantistica una delle sue costanti più misteriose (Alfa) la costante di struttura fine 1/137. Nel 1920 incontra Heisenberg, amici-nemici entrambi animati da una passione smodata per la fisica, si scrivevano e confrontavano continuamente pur essendo opposti (potremmo definire infatti Heisenberg un animale diurno e Pauli uno notturno). Nel 1922 Pauli andò a Copenaghen con Niels Bohr, il quale formulò l”’Interpretazione di Copenaghen”, con il quale stabilì che a livello atomico non c’è certezza, ma solo probabilità; e definì il concetto di onda-particella (principio di Complementarietà di Bohr). Iniziò a occuparsi dell’Effetto Zeeman e le linee spettrali anomale, studio che lo condusse nel 1925 allo scritto più importante della sua vita, il famoso principio di esclusione e scoprì che i numeri quantici erano 4 invece di 3 ( e che il quarto numero quantico avesse valore ½,). Nello stesso anno,  Heisenberg formulò il principio di indeterminazione di Heisenberg con cui oggi festeggiamo l’anniversario dei 100 anni della Fisica Quantistica. Nacque l’Equazione di Schroedinger. Bohr perfezionò il concetto di complementarietà e Dirac scoprì l’esistenza dell’antimateria e formulò l’equazione appunto di Dirac.

Leggendo le pagine del carteggio, dense e animate dall’amore per la ricerca, nell’incontro tra Jung e Pauli prende vita la costruzione di un ponte nel tentativo di unire o per lo meno porre in dialogo due discipline quali, psicologia e fisica, così lontane fino ad allora, ma che scoprono proprio con l’avvento della fisica quantistica e il tema dell’osservatore, di essere così vicine nell’interrogarsi e nel voler comprendere il rapporto tra materia e coscienza.

Elementi ponte tra psicologia e fisica sono appunto la sincronicità che trova la sua posizione nel diagramma psicofisico Pauli e Jung; il concetto della complementarietà in fisica rapportato alla relazione conscio-inconscio; la legge di probabilità affiancato al concetto di archetipo; il tema della psyche come spazio medium tra l’accertabile e l’inaccertabile; il segreto del numero come ponte tra le due discipline; il tema della simmetria e il rispecchiamento.

Il carteggio è un atto di creazione nel tempo, in cui da un lato ogni osservazione della coscienza su contenuti inconsci comporta un mutamento indeterminabile sull’inconscio e, a ritroso, sulla coscienza, e dall’altro, ogni osservazione è un intervento di portata indeterminabile sul sistema osservato e sul mezzo di osservazione.

Il problema della coniunctio iniziato con la loro correspondentia, come dice Jung stesso in una delle sue lettere,  “appartiene però al futuro” e supera le forze di Jung stesso, che sappiamo proprio in quegli anni aver avuto un affaticamento al cuore.

E dallo sforzo nato da quel carteggio, ancora oggi altri psicologi e fisici si incontrano nel tentativo di trovarsi in quell’area tra l’accertabile e l’inaccertabile, in cui si costella l’archetipo. Nel tentativo di trovare quelle finestre all’interno delle proprie monadi attraverso cui comprendere e poter rispondere alla domanda che cos’è la vita e descrivere con maggiore proprietà la relazione tra materia e coscienza.

Per quanto riguarda l’Ecobiopsicologia, possiamo dire che la strada aperta da Pauli e Jung è perseguita con amore e cura da Diego Frigoli che muovendosi proprio su questo ponte e in questo spazio sospeso ha trovato sul suo cammino importanti studiosi e fisici contemporanei, come Ervin Laszlo e Federico Faggin con cui portare avanti gli studi su materia e coscienza.

 

Sinossi

Il carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung è un dialogo pionieristico tra psiche e materia, nato da un’analisi personale di Pauli, che esplora temi cardine tra le due discipline come sincronicità, archetipi e l’interazione tra osservatore e fenomeno osservato, complementarità di inconscio e conscio, cercando un linguaggio comune per superare la dualità materia-psiche partendo da una visone unitaria di esse, con risultati che influenzarono profondamente la cultura scientifica e filosofica del XX secolo.

ESSERE virgola UMANO
AUTOPOIESIA? Il potere della parola

Abstract
Autopoiesia è un neologismo, un gioco di parole che ho coniato, che ci permetterà di viaggiare tra complessità, sviluppo umano, linguaggio, immaginario, creatività e poesia, senza dimenticare l’importanza del corpo. Sarà forse cogliendo poeticamente la vita che si potrà entrare in dialogo con la vita stessa? Una domanda aperta per riflettere insieme sul potere della parola e sul senso del nostro Essere, Umano. Relazione svolta al Festival della Complessità 2025, Essere, Umano, 27-29 giugno, Tarquinia.

Premessa: Essere virgola Umano

Immagine digitale creata da Francesca Violi, Essere virgola Umano, 2025

La virgola è lì. Con una pausa breve separa l’Essere dall’Umano, così come noi ci separiamo apparentemente dal Tutto attraverso l’autocoscienza, pur rimanendone interrelati. La pausa ci riporta al ritmo. La vita è movimento. La vita umana è legata a ritmi fisiologici e naturali. In musica la pausa, il silenzio, la cui corretta esecuzione è cruciale, contribuisce  all’interpretazione e alla comprensione del brano. La pausa non è semplicemente un’assenza di suono, ma è un elemento espressivo che contribuisce all’atmosfera del brano. “Essere, virgola, Umano” potrebbe essere allora, se pensiamo alla musica e al ritmo, anche un verso poetico in cui intravedere sonoramente la nostra natura.

Essere, Corpo e Relazione

In quanto esseri umani, non possiamo prescindere dal corpo, dal nostro corpo, dal corpo vivo, Korper und Lieb, termini tanto cari alla fenomenologia e alla psicosomatica.

Prendiamo, dunque, la mano come simbolo del nostro avere un corpo ed essere un corpo. Con la mano “afferriamo” il mondo, gesto tanto caro alle neuroscienze nella costruzione della mappa neurale del bambino in relazione all’ambiente.

Con la mano tocchiamo. Il senso del tatto, esteso a tutta la pelle, così fondamentale, come ci ricorda Harlow nei suoi esperimenti, da essere preferito al nutrimento. Il senso del tatto si concentra via via nella mano del bambino, nel conoscere il mondo, cercando gradualmente di dare una forma a quelle atmosfere senza confini in cui è immerso fin dalla nascita.

Il bambino guarda la mano, la usa e nell’esperienza quotidiana, arriva ad associarla alla sua volontà e attraverso di essa continua ad esplorare di nuovo il mondo e se stesso e il suo corpo, in modo nuovo, ossia coscientemente, per tutta la vita. Poi di nuovo libera la mano con la posizione eretta e in quel momento, dopo aver lungamente allenato il corpo e l’apparato fonatorio, il linguaggio permette di dire “Io” a se stesso e ri-conoscersi come Essere, Umano. Inizia così ad essere e avere un corpo. «Senza la riflessione del linguaggio che ci fa dire io, non sarebbe possibile riconoscersi», ci ricordano Gallese e Morelli (2024, p. 69) e aggiungono che essere umani significa essere «cablati per connetterci con l’altro» (Gallese, Morelli, 2024, p. 24).

Già l’antropologo Francesco Remotti (2021) aveva mutuato il termine individuo in coindividuo, riconoscendo il primato relazionale del nostro essere umani e l’interrelazione complessa che come esseri viventi ci definisce in relazione all’altro e al tutto.

Ci parlano di “paradigma corporeo, basato sulla relazione”, e di corpo come “sorgente prima delle potenzialità relazionali che definiscono il nostro mondo e il contesto sociale in cui ci sviluppiamo”. Proprio l’imitazione neonatale sembra essere il primo strumento che abbiamo, innato, per sintonizzarci con l’altro e studiando il feto si è scoperto che proprio gli schemi motori il cui controllo è più sofisticato sono quelli diretti verso l’altro, già alla sedicesima settimana di gestazione.

La relazione è ovunque: ci appare come una dimensione frattale dell’essere umani, cioè una dimensione che si ripete a diversi livelli di scala, mantenendo caratteristiche simili.

La relazione se parliamo di essere umano non può prescindere dal corpo vivo, chiamato dai fenomenologi Lieb. In tedesco infatti le parole per designare il corpo sono due: Korper, per designare il corpo materiale, oggetto di studio delle scienze della vita e il Lieb che si riferisce all’esperienza vitale che grazie al corpo facciamo del mondo.

Il concetto stesso di empatia trova le radici proprio nel Lieb, in quanto l’esperienza è sempre l’esperienza di qualcuno, di una soggettività frutto di corpo, relazione e movimento che percepisce secondo la sua biografia. La nostra percezione dell’altro non è mai dunque diretta, ci possiamo solo approssimare. La nostra esperienza è la nostra. L’alterità è costruita su una relazione di somiglianza, di compartecipazione. Il tutto in un movimento continuo.

Essere, Movimento e Conoscenza

La vita è movimento, ritmo e relazione. Noi esseri umani siamo movimento, ritmo, relazione, corpo, psiche e linguaggio. «Tutto nasce dal movimento. Il movimento come primus movens» (Gallese, Morelli, 2024, p. 30).

Il linguaggio che secondo Steiner è movimento trasformato è la nostra caratteristica specie specifica. Gli studi neuroscientifici confermano che il linguaggio infatti non è un punto di partenza, ma un’emergenza evolutiva e che il linguaggio mantiene «intatti i legami con le radici corporee da cui scaturisce e di cui costituisce l’espressione di un creativo riuso» (Gallese, Morelli, 2024, p. 13).

In Storie che curano James Hillman (2021) parlava di quanto sia importante curare non tanto il paziente quanto la storia che questi racconta su se stesso. È vero che una persona inizia un percorso terapeutico portando con sé un problema o un sintomo, ma è altrettanto vero che ciò che il terapeuta ascolta non è il dolore psichico, ma la sua narrazione. Questa narrazione, il suo stile, il modo che il paziente ha di raccontarsi, sono importanti quanto i sintomi.

La narrazione dà forma al nostro essere in movimento nel mondo, dà forma alla nostra coscienza. La narrazione è movimento trasformato che tiene insieme la multidimensionalità della vita. La narrazione è fortemente relazionata all’immaginazione, intesa nella sua forma non fantastica, ma intuitiva dei rapporti simbolici e archetipici della vita. La narrazione è uno dei modi per crearsi, per divenire se stessi.

L’essere umano è infatti, secondo Aristotele, zoon logon echon, letteralmente l’animale che possiede la parola. Nominare, parlare, descrivere, dialogare, raccontare, narrare, costruire pensieri, creare immagini e tradurre immaginari: queste alcune nostre caratteristiche specie specifiche.

La psicoterapia è il luogo in cui l’umano è considerato nella sua complessità e in cui nel rapporto intersoggettivo tra paziente e terapeuta la narrazione mantiene la sua forza profondamente trasformativa. «Una terapia riuscita è quindi una collaborazione tra narrazioni, una re-visione della storia in una trama più intelligente, più immaginativa» (Hillman, 2021 p. 28).

Conoscere se stessi, dunque, è un processo soggettivo, relativo, personale, ma nello stesso tempo collettivo, frutto delle nostre esperienze relazionale e corporee.

Il mezzo con cui l’essere umano procede nell’atto del conoscere è frutto del porsi e porre le domande. Domande che non abbiano immediata risposta, ma aprano all’osservazione e all’apprendere dall’esperienza, al sentire, al contemplare, al narrare, a cogliere le immagini che giungono dal profondo.

Nel porci la domanda ci apriamo all’esplorazione dell’ignoto e con esso cerchiamo un dialogo, un confronto. Seguendo Edgard Morin, proprio il lavoro/dialogo con l’irrazionalizzabile è uno delle condizioni del pensiero complesso: «Il pensiero complesso deve soddisfare numerosissime condizioni per essere tale: deve collegare l’oggetto al soggetto e al suo ambiente; deve considerare l’oggetto non come oggetto ma come sistema/organizzazione che pone i problemi complessi dell’organizzazione; deve rispettare la multidimensionalità degli esseri e delle cose; deve lavorare/dialogare con l’incertezza, con l’irrazionalizzabile; non deve più disintegrare il mondo dei fenomeni ma tentare di renderne conto mutilandolo il meno possibile» (Morin, 1988, p. 196).

Conoscere è dare senso e significato. Noi esseri umani in quanto animali simbolici non possiamo non dare significato alla realtà. Essere umani non può prescindere, dato che siamo dotati di autocoscienza, da un conoscere che diventi comprendere, da prehendere cum, “tenere insieme”, dall’abbracciare (Violi, 2024, pp. 21-28) con tutti i sensi del corpo e dell’immaginario, ciò che siamo e ciò che c’è, noi interrelati al mondo, noi in relazione con l’Altro.

Byung-Chul Han interrogandosi su informazione e narrazione denuncia il pericolo di un appiattimento e di una distorsione della realtà derivante dall’informatizzazione e dal digitale. Portando l’attenzione sulla necessità di recuperare «una narrazione capace di trasformare e di aprire un mondo […] che emerge e prende forma grazie a un processo complesso […] espressione di una tonalità emotiva del tempo» (Han, 2024, p. 7).

Narrare è un gioco di luci e ombre, di visibile e invisibile, vicinanza e lontananza. L’odierno disincanto è il risultato dell’informatizzazione del mondo e il suo modello di riferimento è la trasparenza. Essa disincanta il mondo riducendolo a dati e informazioni (Han, 2024, p. 69). Ogni narrazione infatti presuppone qualcosa di segreto e di magico (Han, 2024, p. 70) – e denuncia – stiamo perdendo la capacità di narrare (Han, 2024, p. 71). Racconto e informazione sono forze contrapposte (Han, 2024, p. 9) – all’informazione manca la stabilità dell’essere. Essere e informazione si escludono a vicenda. L’informazione non è portatrice di senso, mentre nel racconto il senso transita (Han, 2024, p. 10).

Sarebbe interessante qui aprire una parentesi sulla differenza tra informazione e in-formazione e sulla differenza tra segno e simbolo, ben declinato nel libro Dal segno al simbolo (Biava, Frigoli, Laszlo, 2014) partendo proprio dalla definizione che Ervin Laszlo dà di in-formazione, che qui però solo cito, rimandandone l’approfondimento.

Per quello che riguarda l’ambito psicoterapeutico, concordo con Byung-Chul Han quando egli dice che «ogni malattia si mostra anche come un blocco interiore che può essere superato attraverso il ritmo del narrare. La mano che racconta distende le tensioni, scioglie le paralisi e gli irrigidimenti. Essa riporta le cose in equilibrio, cioè le fa nuovamente scorrere» (Han, 2024, p. 93). La malattia e i disordini psicosomatici sono espressione di una narrazione bloccata. Nel momento in cui il paziente riprende, in terapia, a narrarsi liberamente allora è “guarito”. Dove per guarigione si intende un recupero del proprio senso nel mondo. Nel riportare alla parola ciò che non si è in grado di raccontare. La fantasia narrativa è curativa, se per fantasia intendiamo l’alta fantasia di Dante di ispirazione calviniana e di una narrazione che dialoghi con l’immaginario archetipico. Ascolto e narrazione si co-appartengono e questo bene lo sanno gli psicoterapeuti e gli psicoanalisti.

Che sia forse necessario recuperare ascolto profondo, dialogo interiore e narrazione per essere umani?

La parola è un ponte tra il dentro e il fuori. Quando la parola prende forma in noi – scritta o parlata – quel movimento trasformato dona una forma a un immaginario, dà forma alla mente, a nuove forme di vita e di pensiero che sono relazionali, metaforiche, poetiche, immagini vive.

Autopoiesia? Il potere della parola

Immagine digitale creata da Francesca Violi, Autopoiesia?, 2025

Autopoiesia è sintesi di autopoiesi e poesia, è una parola ponte tra uno dei concetti cardine delle scienze della complessità e l’espressione più alta delle arti umanistiche, autopoiesia ci conduce all’essere, umano, nelle sue caratteristiche specie specifiche che lo differenziano dalla Natura pur rimanendovi interrelato. Così come ho scritto nella premessa Essere virgola Umano.

Autopoiesi

L’autopoiesi è un termine coniato negli anni Settanta da Humberto Maturana e Francisco Varela, due biologi cileni della Scuola di Santiago che svilupparono la teoria dell’autopoiesi, nel tentativo di rispondere alla domanda generale ed ambiziosa: che cos’è la vita?

«Sin dalla mia infanzia mi sono interessato di animali e di piante e spesso mi chiedevo che cosa li facesse vivere. Così nel 1948, mio primo anno come studente di medicina, scrissi un poema la cui prima strofa era:

Che cos’è la morte per colui che la guarda?

Che cos’è la morte per colui che la sente?

Angoscia ignota, incomprensibile

Dolore che l’egoismo porta con sé, per l’uno

silenzio, pace o nulla, per l’altro.

Tuttavia l’uno sente

che il suo orgoglio si ribella, che la sua mente

non sopporta che dopo la morte nulla rimanga

che dopo la morte ci sia solo la morte.

L’altro, nella sua pace, nel suo silenzio

nella sua incosciente sublimità sente,

nulla sente, nulla sa,

perché la morte è la morte

e dopo la morte c’è la vita

che senza la morte è solo morte»

(Maturana, Varela, 2024, p. 23).

 

Un sistema è vivo se è autopoietico, ci dissero dunque Maturana e Varela agli inizi degli anni ‘70.

L’Autopoiesi è la capacità di un sistema vivente, di mantenere la propria unità e la propria organizzazione, attraverso le reciproche interazioni dei suoi componenti. In greco auto: se stesso, poiesis: creazione.  Auto fa riferimento all’autonomia dei sistemi auto-organizzati, mentre poiesis fa riferimento alla capacità dei sistemi viventi di autoriprodursi. Autopoiesi significa autocreazione o produzione di sé.

L’apparente contraddizione tra i cambiamenti interni della cellula e la costanza della sua struttura complessiva, porta Maturana e Varela a notare che la principale funzione della cellula è mantenere la propria individualità nonostante la miriade di trasformazioni chimiche che hanno luogo all’interno. L’automantenimento avviene attraverso un meccanismo di autogenerazione dall’interno. La vita costruisce se stessa dall’interno. Pensiamo, per esempio al nostro corpo, al continuo ricambio cellulare di ogni nostro tessuto e organo e alla costanza della nostra struttura.

La cellula, l’essere vivente è un sistema termodinamicamente aperto, ha bisogno di scambi di energia. L’essere vivente secondo Maturana e Varela interagisce con l’ambiente in modo “cognitivo” in quanto l’organismo “crea” il proprio ambiente e l’ambiente permette la realizzazione dell’organismo.

Ecco come Maturana e Varela approfondiscono il legame strutturalmente inscindibile tra essere vivente e ambiente dicendo: «una perturbazione dell’ambiente non contiene in sé la specificazione dei suoi effetti sull’essere vivente, ma è questo con la propria struttura che determina il suo stesso cambiamento in rapporto alla perturbazione (…) lo stesso vale per l’ambiente, per cui l’essere vivente è una fonte di perturbazioni e non di istruzioni […]» (Luisi, 2014, p. 176). Non ci viene forse in mente il concetto di resilienza?

La capacità di riprodursi non è un criterio essenziale del vivente, nonostante la riproduzione sia fondamentale per la biodiversità, ma prima di parlare di riproduzione è necessario che ci sia il “contenitore” e il pattern di auto-organizzazione che rendono possibile la riproduzione di se stessi, l’autopoiesi appunto.

Autopoiesi e cognizione

L’organismo vivente è caratterizzato da un’autonomia biologica ma al tempo stesso strettamente dipendente dal medium esterno per la sua sopravvivenza. L’interazione con l’ambiente è strutturalmente determinata, determinata dall’organizzazione interna dell’organismo vivente.

L’ambiente è “creato” dall’organismo vivente attraverso una serie di interazioni ricorsive, che a loro volta sono state prodotte durante la reciproca co-evoluzione (Capra, Luisi, 2014, p. 183).

Il biologo Lewontin Richard conferma dicendo «gli organismi non fanno esperienza dell’ambiente, essi lo creano. Costruiscono il loro proprio ambiente con le particelle e i pezzi del mondo fisico e biologico e fanno ciò attraverso le loro attività» (Capra, Luisi, 2014, p. 183).

Ciò ci fa pensare al Daimon di Hillman, all’inconscio che dà forma al conscio, allo spirito che dà forma alla materia. È allora fondamentale definire il termine “cognizione”, inseparabile dall’autopoiesi. Un organismo vivente è sempre dotato di cognizione, di “mente”. La mente è sempre presente in una struttura corporea e un organismo vivente è capace di cognizione, si parla oggi di mente incarnata, embodied mind.

«La mente è dunque l’essenza dell’essere in vita» (Capra, Luisi, 2014, p. 321).

Il fenomeno della mente è inseparabile dal fenomeno vita. Vita e cognizione sono inseparabilmente collegate. Già Gregory Bateson aveva avuto la stessa intuizione, ossia l’identificazione della cognizione col processo di conoscenza e col processo della vita. La cognizione secondo Maturana e Varela è l’attività coinvolta nell’autogenerazione e nell’autoperpetuazione delle reti viventi. L’attività mentale è l’attività organizzativa dei sistemi viventi a tutti i vari livelli di vita.

La cognizione coinvolge l’intero processo vitale – includendo percezione, emozione e comportamento – e non richiede necessariamente un cervello e un sistema nervoso. Nel saggio Biology of cognition (1970/80) Maturana afferma che: «I sistemi viventi sono sistemi cognitivi, e vivere, in quanto processo, è un processo cognitivo. Questa dichiarazione è valida per tutti gli organismi, che possiedano o no un sistema nervoso» (Capra, Luisi, 2014, p. 322).

I nostri processi cognitivi differiscono dai processi cognitivi di altri organismi solo nei tipi di interazione in cui possiamo intrattenerci, come ad esempio quelle linguistiche, ma non nella natura del processo cognitivo in sé. La cognizione non è la rappresentazione di un mondo che esiste indipendentemente, ma piuttosto la continua produzione di un mondo attraverso il processo di vita. Le interazioni di un sistema con il proprio ambiente sono interazioni cognitive e il processo della vita è in se stesso un processo cognitivo.

Vivere è conoscere. Se dunque pensiamo alla cognizione di Maturana e Varela.

Vivere è comprendere. Se guardiamo dal punto di vista del pensiero sistemico complesso.

Vivere è narrare. Se vogliamo dare valore alla nostra complessità specie specifica, argomento di questa relazione.

Quando per cognizione facciamo riferimento alla mente, ci riferiamo non alla mente razionale, ma all’anima in sanscrito atman, in greco psychè e in latino aenemos col significato di respiro. La stesso spirito in latino spiritus in greco pneuma e in ebraico ruah, significano respiro. Vogliamo dunque riferirci alla cognizione come respiro della Vita.

Poesia

Si intende con poeṡìa s. f. [dal lat. pŏēsis, che è dal gr. ποίησις, der. di ποιέω «fare, produrre»]. – l’arte (intesa come abilità e capacità) di produrre composizioni verbali in versi, cioè secondo determinate leggi metriche.

Riprendiamo il termine Poiesis, al greco poieo, ποίησις significa propriamente “il fare dal nulla” (Platone, Symposio, 205, b), e appare la prima volta in Erodoto, (ii, 82), col senso di “creazione poetica”, a ricordarci che l’atto creativo accade dal nulla, da quel otium che è quiete e silenzio, che è pausa, come quella virgola, uno spazio intermedio.

La poesia ha ritmo, struttura, le sue parole sono parole simbolo, metafore, immagini che sono frutto della capacità del poeta di cogliere l’oltre e tradurla in immagini appunto vive, in cui ognuno possa sentire sensorialmente nel corpo e nell’anima ciò che il poeta ha sentito vibrare nel suo cuore.

Calvino stesso individua, nell’intervista lasciata a Raiuno, tre chiavi, tre talismani che consiglia per il Duemila: imparare le poesie a memoria, molte poesie a memoria.

Il primo è proprio legato alla poesia, arte che in Lezioni Americane non dimentica di riprendere più volte citando numerosi autori e poeti e regalandoci  diverse immagini, come quella del poeta-filosofo: «Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite» (Calvino, 2022, pp. 15-16) o il poeta del vago: «Il poeta del vago può essere solo il poeta della precisione, che sa cogliere la sensazione più sottile con occhio, orecchio, mano pronti e sicuri. (…) la ricerca dell’indeterminazione diventa l’osservazione del molteplice, del formicolare, del pulviscolare» (Calvino, 2022, p. 63).

Concordano sul valore della poesia, Gallese e Morelli (2024) che ritengono la «creazione poetica la migliore candidata a cercare una morfologia dell’umano»; Byung-Chul Han (2024) che citando Novalis eleva la poesia a medium della riconciliazione e dell’amore, unificando gli esseri umani e le cose in una comunione più intima: «La poesia eleva ogni singolarità tramite una peculiare connessione con la rimanente totalità […] l’individuo vive nella totalità e quest’ultima nell’individuo. Attraverso la poesia nascono la simpatia e la coattività supreme, la comunione più intima fra finito e infinito»; e Diego Frigoli «L’universo è un mistero costruito in forma “poetica”, un continuo infinito che si dipana in infinite molteplicità di forme che ci appaiono come finite e temporali” e ancora “la  poesia con le sue metafore, allegorie e simboli è forse la costruzione più concreta, assieme alla musica, che fra le possibili forme d’arte parla, aderendo per via immediata ad un’altra “acqua”, che in noi» (Frigoli D. in Quaderni Asolani, 2012, p.23).

È allora in quella virgola, come in un respiro, in cui possiamo cogliere la nostra essenza? È in quel silenzio e in quello spazio intermedio in cui le polarità si fondono e confondono, che possiamo cogliere l’infinito e il finito, l’Essere e l’Umano? In quell’apparente interruzione? In quel segno che diventa simbolo se visto con sguardo poetico? Sarà dunque cogliendo poeticamente la vita che si entrerà in dialogo con gli archetipi e la vita stessa? Sarà cogliendo poeticamente la vita che respiriamo la vita stessa?   IMMAGINE 3

È interessante scoprire come proprio il gioco dei bambini, la loro seria e impegnata attività di giocare e fingere, da fingo, “immaginare”, coincida con poieo, con la nostra capacità creativa. E come i bambini stessi vivano un continuo stato di contemplazione e meraviglia nel scoprire loro stessi e il mondo.

Al gioco, all’immaginazione è legata la creatività. La creatività è la nostra disposizione specie specifica in base alla quale siamo in grado di comporre e ricomporre in modi almeno in parte originali ciò che vi è disponibile del mondo. La creatività è anche legata all’immaginazione ed è creatrice di mondi. La creatività è possibile nella presenza di un corpo che dà forma, che sperimenta e traduce un immaginario, un movimento dell’anima, cogliendo lo spirito del tempo, del contesto e del profondo.

Vivere è dunque anche immaginare e giocare.

Già Antoine de Sant-Exupery lo suggeriva nel Piccolo Principe nelle sue parole: «Guardare con lo sguardo del bambino» e l’«essenziale è invisibile agli occhi».

Il potere creativo della parola

La parola dà forma alla coscienza. La parola ha potere creativo.

La parola è creatrice nella cosmogenesi: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Vangelo di Giovanni 1, 1-18); «Dio disse: Sia la Luce! E la luce fu» (Genesi 1, 3).

Lo stesso fecero: Thot, dio egizio della parola, della scrittura e delle formule magiche, che poteva creare semplicemente pronunciando il nome; Ptah, dell’Antico Egitto, di cui si racconta abbia creato il mondo con il pensiero mediante il cuore e la lingua; Ahura Mazda, antica Persia, religione zoroastriana, che crea il mondo con il pensiero in una unione di immagini e parole; Allah, nel Corano «Allah crea ciò ch’Egli vuole, allorché ha deciso una cosa non ha che da dire: Sii; ed essa è» (Cor, 3, 42-47).

Inoltre nella Bibbia, non solo la parola determina la creazione, ma le cose esistono perché vengono nominate: «Dio chiamò la luce giorno e le tenebre notte, Dio chiamò il firmamento cielo, Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare» (Genesi 1,5; 1,8; 1,10) e Dio affidò ad adham il compito di dare un nome a ciascun essere vivente.

Nella tradizione giudaico cristiana il nome è vita e la parola mette ordine.

La parola in sé è vita, è compimento del processo generativo del pensiero. La parola è il parto del pensiero e conserva tutta la potenza dell’atto generativo. Grazie ad essa, il pensiero, come tutto ciò che nasce, esce dal mondo dell’invisibile per manifestarsi nel mondo visibile. La parola è frutto di un atto di creazione ed essa stessa ha la capacità di generare.

Pensate al bambino che nel momento in cui dice Io a se stesso, riconosce se stesso e mette al mondo se stesso attraverso la parola come individuo, in quell’Io nasce la coscienza autoriflessiva specie specifica del nostro essere umani, dotati di pensiero, parola e immaginazione.

Le parole creano la realtà. Anche un testo alchimista nel 1908 ci conferma la stessa cosa. Il Kybalion a tal proposito apre una ulteriore riflessione sulla relazione tra l’Uomo e il Tutto, a cui noi sostituiremo il termine VITA e si chiede: come crea l’uomo e come crea la vita? Innanzitutto, in quale modo l’uomo crea sul proprio piano dell’esistenza? In tre modalità: crea realizzando forme da materie esterne; riproduce la sua specie con un processo di generazione; «può produrre mentalmente […] in tal modo raggiunge la creazione mentale senza ricorrere alla riproduzione e senza usare materiali esterni » (Kybalion, 2010, pp. 47-48). Non è per caso autopoiesi?

E la VITA? «la vita crea l’universo mentalmente mediante un processo analogo a quello usato dall’uomo per creare le immagini mentali”. […] Il processo usato dalla vita nella creazione degli universi è in fondo simile a quello con cui noi, mentalmente ci creiamo un mondo nuovo. La differenza è che il nostro è la creazione di una mente finita, l’altro è il prodotto di una mente infinita, superiore; se sono simili nella specie differiscono infinitamente per grado» (Kybalion, 2010, pp. 47-48). «Nella sua mente infinita la vita crea infiniti universi che esistono per tempi diversi, nell’ordine di eoni. Ma per la vita, creazione, sviluppo, regresso e morte di un miliardo di universi, non hanno durata maggiore di un battito di ciglia» (Kybalion, 2010, pp. 49) mentre per noi c’è uno spazio-tempo corporeo.  IMMAGINE 4

Quindi la nostra capacità mentale immaginifica partecipa alla co-creazione del nostro ambiente col il quale siamo in co-evoluzione? Quali immagini e quali parole mantengono la capacità creativa? tutte? se sì, quali implicazioni hanno le nostre creazioni mentali e le nostre parole sulla costruzione del nostro mondo e ambiente? Come sono collegate immagine e parola?

Il potere curativo e guaritore della parola

Aristotele, come suddetto, ha definito l’essere umano anthropos zoon logon echon, letteralmente l’essere umano è animale che ha la parola, cha fa uso del linguaggio. E nel participio passato echon (che sta ad indicare la modalità secondo cui l’essere umano è in rapporto con il logos, la parola) non indica soltanto “avere” nel senso di possedere, ma anche di averne cura. L’essere umano non è dunque caratterizzato soltanto dall’avere di fatto l’uso della parola, ma più significativamente, dalla capacità di prendersi cura di essa (Muntoni, Priori, 2024, p.18).

Traggo sempre da Lezioni Americane di Calvino, prima per definire il rapporto tra parola e immagine: «la parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto. Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti) con discrezione e cautela, col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole» (Calvino, 2022, p. 76). Poi nel riportare Leonardo e il foglio 265 del Codice Atlantico: «Nel foglio 265 del Codice Atlantico, Leonardo comincia ad annotare prove per dimostrare la tesi della crescita della terra. Dopo aver fatto esempi di città sepolte, inghiottite dal suolo, passa ai fossili marini ritrovati sulle montagne, e in particolare a certe ossa che suppone siano appartenute a un mostro antidiluviano. A quel momento la sua immaginazione deve essere stata affascinata dalla visione dell’immenso animale quando ancora nuotava tra le onde. Fatto sta che capovolge il foglio e cerca di fissare l’immagine dell’animale tentando per tre volte una frase che renda tutta la meraviglia dell’evocazione. O quante volte fusti tu veduto in fra l’onde del gonfiato e grande oceano, col setoluto e nero dosso, a guisa di montagna e con grave e superbo andamento!  Poi cerca di movimentare l’andamento del mostro, introducendo il verbo volteggiare: E spesse volte eri veduto in fra l’onde del gonfiato e grande oceano, e col superbo e grave moto gir volteggiando in fra le marine acque. E con setoluto e nero dosso, a guisa di montagna, quelle vincere e sopraffare! Ma il volteggiare gli sembra attenui l’impressione di impotenza e di maestà che egli vuole evocare. Sceglie allora il verbo solcare e corregge tutta la costruzione del passo rendendogli compattezza e ritmo, con una sapienza letteraria sicura: O quante volte fusti tu veduto in fra l’onde del gonfiato e grande oceano, a guisa di montagna quelle vincere e sopraffare, e col setoluto e nero dosso solcare le marine acque, e con superbo e grave andamento! L’inseguimento di questa apparizione che si presenta quasi come simbolo della forza solenne della natura, ci apre uno spiraglio su come funzionava l’immaginazione di Leonardo. Vi consegno questa immagine in chiusura della mia conferenza perché possiate custodirla nella memoria il più a lungo possibile in tutta la sua limpidezza e il suo mistero» (Calvino, 2022, pp. 78-79).

La ricerca delle parole per rendere l’immagine sembra un vero e proprio atto magico.

In quanto psicologa psicoterapeuta la parola è lo strumento della psicoterapia, le parole hanno profondo valore trasformativo e relazionale. Quando devo spiegare a mia figlia che lavoro faccio le dico semplicemente: curo e guarisco con le parole! Esistono infatti fin dai tempi antichi parole che erano in grado di curare.

Prendiamo ad esempio la parola Abracadabra, essa significa “Creo come parlo”, Avrah Kadabra: ciò che dico si avvera, la parola diventa realtà, parola nota appunto per il suo potere curativo. Quindi l’altro grande potere della parola è che essa è curativa. Diventa tanto più curativa quanto più ce ne prendiamo cura, riconoscendo il potere contemporaneamente creativo e curativo. Attraverso le parole con cui il paziente ci parla noi entriamo nel suo mondo e si connota l’immaginario che andiamo via via a costruire e disegnare mentalmente nel tentativo di comprenderlo e attraversare la sua storia.

Ma attenzione il linguaggio, la parola, non solo hanno effetto su chi ascolta, ma anche sul narratore. La relazione analitica è formata da due individui il cui incontro genera un campo intersoggettivo co-creato (ciò che Odgen definisce “terzo analitico”) di scambio inconscio.

Hillman parla di terapia come collaborazione tra narrazioni e definisce la psicoterapia una sorta di poesia dotata di una narrativa che cura. Il “fare anima” è fare “poiesis” (Hillman, 2021, p. XVIII). Era la storia, non lei, che aveva bisogno di essere curata; aveva bisogno di essere reimmaginata (Hillman, 2021, p. 27).

Proprio questo terzo analitico è infatti elemento vivo e mutevole in cui le immagini e le parole come esseri viventi autonomi si autogenerano ed entrano in comunicazione con la diade. Il terapeuta si fa portavoce e partecipe insieme al paziente di questo campo intersoggettivo veicolando la parola nel tono della voce, nel timbro, nel volume e nel corpo con la gestualità e la sua sensibilità, dando forma con le parole a ciò che sente, vede e intuisce, a ciò che si muove nel campo e avverte nel corpo, così come fa il poeta.

Questo è forse il famoso dialogo/lavoro con l’irrazionalizzabile di Morin, sopra nominato, essenziale per poter parlare di pensiero sistemico complesso e conoscere la realtà?

È nella parole e nelle immagini emesse e narrate nella relazione terapeutica e co-generate che avviene la guarigione. Dove per guarigione non si intende l’assenza della malattia, ma il recupero del senso di sé, di fronte agli accadimenti della vita. Curare è diverso da guarire… tutte le psicoterapie curano, ma solo alcuni momenti particolari che si vengono a creare in psicoanalisi, veramente guariscono l’anima, ossia la trasformano e la trasmutano. Sono punto di non ritorno.

Se torniamo di nuovo alla poiesis e al far nulla… lo psicoanalista nella sua postura di ascolto e silenzio, mettendo a tacere se stesso ed entrando come in contemplazione di ciò che accade nella relazione può cogliere queste immagini e dare loro parola, e con questa parola ricreare il senso. Così come fa il poeta.

Perciò parliamo di una Psicoterapia basata sul simbolo e in dialogo con l’immaginario.

Hillman dice «la psicoterapia è l’arte che coltiva l’attività immaginativa, è un’educazione all’abilità immaginativa. Nell’atto di cogliere l’immagine, la coscienza poetica e quella terapeutica si fondono in un unico punto focale: l’interesse appassionato per l’immagine. Tutti siamo pazienti dell’immaginazione» (Hillman, 2021, p. XVIII-XIX).

 

«Se l’occhio non si esercita non vede,

se la pelle non tocca, non sa

se l’uomo non immagina, si spegne»

(Dolci, 2016, p. 87).

 

Un terapeuta dunque poeta. Un terapeuta sognatore, che si ispira alla rêverie di Bachelard, a quel sognare ad occhi aperti per abitare poeticamente il mondo, che non è fuga dalla realtà ma una immaginazione guidata, simile all’Alta fantasia di Dante, che permette di abitare più profondamente la realtà stessa. La poesia è il luogo in cui la rêverie si svolge, Il poeta è colui che sa cogliere e fissare le immagini della rêverie, offrendole al lettore perché a sua volta possa sperimentare il proprio stato di sogno. La poesia, dunque, non descrive la realtà, ma la crea attraverso le immagini della rêverie. È un sognare a occhi aperti come atto di creazione e di profonda conoscenza di sé e dell’universo.

Di nuovo ci aiuta Calvino a cogliere il movimento autonomo delle immagini che si dipanano nell’immaginario del poeta, del terapeuta, dello scrittore: «Appena l’immagine è diventata netta nella mia mente, mi metto a svilupparla in una storia, o meglio, sono le immagini stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé. Attorno a ogni immagine ne nascono altre, si forma un campo di analogie, di simmetrie, di contrapposizioni » (Calvino, 2022, p 90).

Non è forse il processo di immaginazione attiva di Jung, ciò di cui sta scrivendo Calvino? Quell’esplorazione delle immagini profonde con cui Jung si è posto in dialogo visibile in tutti i suoi movimenti nel Libro Rosso?

 

«Sognando gli altri come ora non sono:

ciascuno cresce solo se sognato…»

(Dolci, 2016, p. 112)

 

E con Dolci torniamo alla potente forza trasformativa del campo intersoggettivo della relazione psicoanalitica che da immagine si fa parola… e da anamnesi romanzo sognato.

 

Alcune suggestioni e spunti di riflessione

Facciamo ora qualche esempio per scendere in qualche dettaglio del potere creativo della parola e il potere curativo e guaritore della parola. Abbiamo detto che il nome è vita e parola mette in ordine. Prendiamo allora il nome di Battesimo, ognuno di noi alla nascita riceve un nome che è molto di più del nome stesso (Il nome di Dio è Dio, ma Dio non è un nome). Cosa racchiudono i nomi nella loro sonorità, nella loro scelta, nella storia famigliare? Quale immaginario vive nella scelta di quel nome, quale immagine, quale Daimon?

Pensiamo poi invece al modo in cui parlo di me stesso, del mio sintomo o del mio corpo, come mi definisco. La parola connota il Lieb delle esperienze esprimendo il vissuto personale, la propria storia. Se io dico “Un tuffo al cuore”, “Un peso al cuore”, “Una pugnalata al cuore”, connoto senza dubbio un problema al cuore, ma metaforicamente in accezioni molto diverse.

Pensiamo alla potenza di una diagnosi, che Hillman definisce l’“assassinio del personaggio” (Hillman, 2021, p. 23) in quanto l’identificazione con la diagnosi – che è una gnosi che crea un cosmo – può diventare la nostra realtà facendoci perdere la spontaneità dei movimenti di narrazione delle immagini interne, in cui sono i personaggi che fanno la storia, le immagini vive. Superando la cristallizzazione della diagnosi possiamo recuperare la capacità narrativa e la totalità di noi e attraverso la narrabilità stessa uscire dalla malattia, risignificandola in un senso più ampio di vita.

Pensiamo a parole come “crisi” di cui se non ne conosciamo l’etimologia, ne viviamo l’associazione dettata dall’uso comune, come evento negativo, senza approfondirne il valore profondo di scelta! Perché crisi, etimologicamente vuol dire proprio scelta!

La parola inoltre lascia intravedere il contesto, il mondo da cui emerge, frutto dell’individuo e del suo ambiente. Riprendiamo le definizioni che ogni disciplina può dare, per esempio, dell’essenza relazionale umana: “cablati per connetterci agli altri” dalle neuroscienze, “animali relazionali” dalla filosofia, “coindividui” dall’antropologia.

Ogni parola ci restituisce un’immagine: la prima definizione potremmo dire ci rimanda un’immagine meccanica e tecnica; la seconda si connota invece con un’accezione istintuale, si sente il sangue caldo; la terza si offre a noi facendoci sentire l’orizzontalità del nostro essere profondamente interrelati e inseparabili. E potremmo proseguire nelle diverse sfumature racchiuse nel diverso sguardo della medesima realtà.

Vorrei allora provocatoriamente chiudere con una riflessione poetica sulla parola “trauma” e su quanto lo sguardo e la narrazione che utilizziamo per noi influiscano su chi siamo e come ci relazioniamo col mondo. Ognuno ha la propria storia e in essa ognuno potrebbe individuare più di una ferita, più di un cambiamento, più di un passaggio, un trauma. Forse potremmo quasi iniziare a pensare che le ferite e le cicatrici facciano parte della vita, come passaggi, momenti di movimento della vita stessa. La ferita apre un varco, interrompe una continuità, attraverso la quale si può vedere altro e oltre. Vorrei allora fare un passo oltre ampliando il concetto di trauma, superando la sua definizione etimologica di “ferita” e donandogli nuovo senso in un’ottica vitale. Mi sposto così, e volgo lo sguardo, alla lingua tedesca. traum in tedesco significa “sogno”. Voglio immaginare il trauma come un “sogno”.

Leggere quegli eventi, quei ricordi come simbolo di altro che il mio Io deve ancora comprendere. Vedere la mia storia con un altro sguardo che mi permetta di rileggere gli eventi in un’ottica nuova, diversa, simbolica. Uno sguardo che vada anche oltre i miei antenati, in un senso più ampio di coscienza.

Voglio pensare che, come in un sogno, ciò che ci accade non sia immediatamente decifrabile, ma si dipani nel tempo e ci possa essere chiaro solo vivendo.

Voglio essere il custode di questo sogno e viverne il movimento.

Voglio una mente sognante, un occhio sognante

che non chiude ma apre,

che non sa, ma guarda e si fida di ciò che c’è

e di ciò che non sa.

Non facendo nulla qualcosa accade.

Poieo.

 

 

 

References

AA.VV. (2010). Kybalion. Roma: Venexia.

AA.VV. (2012). Quaderni asolani. Aqua Permanens. Bologna: Persiani.

Biava P.M., Frigoli D., Laszlo E. (2014). Dal segno al simbolo. Il Manifesto del Nuovo Paradigma in Medicina. Bologna: Persiani.

Byung-Chul Han (2024) La crisi della narrazione. Torino: Einaudi.

Byung-Chul Han (2020) La salvezza del bello. Milano: Nottetempo.

Calvino I. (2022) Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio. Milano: Mondadori.

Capra F., Luisi  P.L (2014) Vita e natura. Una visione sistemica. Arezzo: Aboca.

Dolci D. (2016) Poema umano. Messina: Mesogea.

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IL FILO DELLA VITA

 

Avevo da poco espresso il desidero di poter contribuire al Secondo Congresso Nazionale di Ecobiopsicologia. La mia mente cercava ispirazione per ordinare pensiero e contenuti.

Francesco Pelosi, amico, cantautore e sceneggiatore, già relatore con me in Voci del Corpo, casi clinici e musica, al Festival della Complessità nel 2015 per Istituto Aneb, aveva da poco pubblicato un’intervista fumetto a Franco Battiato dal titolo La luce e lo spazio[1], edito Feltrinelli. Comprai il libro la mattina della sua uscita, lo lessi d’un fiato, non solo per l’affetto e la stima che nutro per Francesco, ma anche perché Battiato è il cantautore italiano che maggiormente stimo non solo da un punto di vista musicale, ma soprattutto per la sua grande ricerca interiore e spirituale.

Battiato suggerisce, a Francesco durante l’intervista, due testi per lui fondamentali e di continua consultazione e ispirazione, che egli trova sempre attuali. Li comprai entrambi, ma uno in particolare attirò da subito la mia attenzione: il Kybalion, libro scritto nel 1908 da tre alchimisti americani appartenenti alla tradizione ermetica, cioè di Ermete Trismegisto.

Inizia così il Kybalion: «Tutto è mente. L’Universo è mentale[2]». Lo presi come un segno. Il Kybalion era la sintesi più semplice che avessi mai letto di tutti i miei modesti studi alchemici e in risonanza con il titolo del Congresso “La vita si fa mente”.

Del fumetto intervista, mi colpì però anche un altro passo, ripetuto all’interno del testo in diversi momenti, nelle voci di Franco, di Francesco e di Juri Camisasca. Ritornava ripetutamente il tema della coincidenza. Si ribadiva che essa non esisteva. Per poi concludere con  «In genere ho la sensazione di essere portato, quando mi predispongo ad esserlo[3]». Noi, amanti di Jung, parleremmo di sincronicità e non di coincidenza. Quella frase echeggiava in me, c’era qualcosa di più in essa.

Soffermai il mio pensiero su quelle parole, le meditai per giorni, scrivendo qua e là idee e collegamenti che mi sovvenivano, pensieri e immagini.

Se il punto è la predisposizione, il focus è la coscienza!
Quando nasce la coscienza nell’uomo?

Coscienza riflessiva

Anzitutto possiamo dire che la coscienza non è un fenomeno unicamente umano. Secondo il punto di vista dell’universo in-formato e la visione di E. Laszlo, la coscienza è effettivamente presente in tutto l’universo, con qualità diverse. La coscienza si evolve contemporaneamente alla vita.

A livello biologico e cellulare, Maturana e Varela[4] nei loro studi sugli organismi viventi parlano di cognizione.  Esistono dunque la cognizione, che sarebbe la coscienza delle forme primarie della vita (unicellulari); la coscienza primaria, i cui processi cognitivi sono accompagnati da un’esperienza percettiva, sensoriale ed emotiva di base, appartenente per esempio a mammiferi, uccelli e altri vertebrati e la coscienza secondaria o riflessiva che include la capacità di usare immagini simboliche, tramite le quali costruire sistemi di valori, credenze e scopi. L’uomo possiede in sé i diversi livelli di conoscenza del mondo.

Si parla dunque di autocoscienza, ossia della capacità di osservare e riflettere su se stessi e il mondo, come coscienza tipicamente umana che ha a che fare con l’esperienza e il vivere.

Quando dunque nasce l’autocoscienza nell’uomo?

Il bambino possiamo dire che all’inizio, alla nascita, è duplice, un grande organo di senso (ricettivo/immedesimativo) estremamente impressionabile. Il bambino è completamente immerso nel Tutto e i suoi organi fino a tre anni affinano la loro forma e struttura proprio attraverso ciò che egli esperisce e con cui si relaziona. Man mano il bambino aumenta la possibilità di movimento e di relazione col Tutto, inizia a parlare e, dapprima, parla di sé come un oggetto, esprimendosi con la terza persona. È però con la conquista della postura verticale e la liberazione della mano, che per la prima volta il bambino, dice «Io» rivolgendosi a se stesso. È in questo momento che si crea l’unità e il confine di sè, come una membrana semipermeabile. Il parlare in terza persona allora sparisce e appare il principio espressivo/volitivo dell’Io.

Il Korper viene ora animato e abbiamo ora il Lieb, così caro alla psicosomatica e all’approccio fenomenologico. Il bambino riconosce il suo corpo e le sensazioni che da esso provengono come proprie, passa dall’avere un corpo all’essere un corpo.

Inizia l’esperienza autoriflessiva del bambino che, in quanto duplice, è sia parte del Tutto sia inizia a percepirsi come essere separato dal Tutto.

Nasce così la coscienza riflessiva che cresce al crescere dell’individuo fino a stabilizzarsi in un Io, un’identità, pur sempre soggetta, ma in diversa misura all’esterno.

Fin dai primi momenti di vita esiste dunque un ambito che rimane intoccato, affinchè l’essere umano possa riconoscere se stesso nelle diverse fasi dello sviluppo.

Connettoma, coscienza, biografia

Sebastian Seung (2012) ci parla di connettoma, indicando con questo termine la rete di relazioni ed esperienze che formano la nostra mappa di rete neurale: «Noi siamo il nostro connettoma, ossia la mappa comprensiva delle connessioni neurali nel cervello, costruita su base relazionale ed esperienziale e i connettomi si modificano nel corso della vita a seconda delle esperienze e degli accadimenti che per ognuno di noi sono diversi»

Seung (2012) utilizza una metafora potentissima per descrivere il rapporto esperienza-relazione-mappa neurale: «Ogni fiume ha un letto, e senza questo solco nella terra l’acqua non saprebbe in quale direzione scorrere. Ecco, dal momento che il connettoma definisce le vie di scorrimento dell’attività neurale, possiamo considerarlo il letto del fiume della coscienza. Nel lungo periodo, come l’acqua del fiume plasma lentamente il letto, così l’attività neurale cambia il connettoma».

La conoscenza del connettoma ha a che fare inoltre con la nostra unicità. La nostra unicità come diversa partecipazione all’universo stesso. Ogni esperienza e relazione contribuisce a modificare il corso del fiume e il suo letto.

«Ogni uomo è una specie a sé[5]», direbbe Rudolf Steiner, che oggi trova conferma negli studi di biologia e neuroscienze, in quanto oggi sappiamo che la coscienza animale è una coscienza gruppale per specie, appunto, mentre l’uomo è l’unico dotato di coscienza individuale e codice genetico unico e mappa neurale unica.

Il filo della vita

Il filo della vita è allora immagine-simbolo per descrivere il senso della nostra esperienza biografica di vita, unica, inserita nel processo archetipico della vita stessa. Esperendo nel mondo la nostra esistenza partecipiamo alla stesura del libro della vita:  scriviamo vita attraverso la nostra esperienza di vita e autocoscienza di noi e della vita in noi in rapporto al mondo.

Il filo della vita è immagine per parlare dell’origine della coscienza che si perpetua ad ogni nascita umana. In cui l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. È metafora di uno sviluppo che nell’unicità rivela il Tutto. Il corpo è mandala dell’Universo di cui l’Io, la nostra coscienza riflessiva, può prendere atto e con il quale può dialogare attivamente, aprendosi all’imaginatio.

«La nostra consapevolezza è la chiave per comprendere e compiere la nostra missione umana e per realizzare l’avvenire del nostro «essere al mondo». Se la struttura inconscia del nostro corpo ci rende appartenenti al campo delle in-formazioni dell’universo, la nostra mente è molto più estesa nelle sue potenzialità: essa può aprirsi a immaginare, comprendere e sperimentare il Cosmo a livelli ben al di là della nostra coscienza ordinaria[6]». D. Frigoli

Il filo della vita ci disvela che la Coscienza stessa è il filo.

«La coscienza è così antica da essere contemporanea alla vita, anzi incorporata nella vita[7]». D. Frigoli

Battiato nel fumetto intervista di Pelosi-Raimondi ci dice: «L’episodio biografico è però solo il primo passo verso riflessioni spirituali, metafisiche. »[8]” Aprendo a noi una ulteriore riflessione sul senso e significato di biografia e come partire da se stessi sia proprio l’inizio.

Biografia[9]

Il tema della biografia, dal greco bio vita e graphos scrittura, riguarda ognuno di noi. Non si tratta solo di un interesse per la propria vita, per il proprio destino, ma anche di un desiderio di comprendere le forme sorprendenti e diverse attraverso le quali si dispiega la vita degli altri, dell’Universo. La conoscenza di sé e la conoscenza del mondo sono, come dicevamo, interconnesse in maniera intrinseca e imprescindibile.

La nostra bio-grafia contiene in sè, psicosomaticamente parlando, la biografia delle piante, degli animali, dei minerali, la biografia della Terra e dell’Universo, racconta e svela quel profondo e inscindibile legame tra microcosmo e macrocosmo, disegnata dalla continuità dei ritmi e dei rapporti analogici. L’ontogenesi ricapitola la filogenesi, nominando nuovamente Ernst Haeckel, ad aprire domande e riflessioni sul nostro sviluppo e il parallelismo con lo sviluppo filogenetico della vita.

Ogni biografia è un fatto personale e collettivo, un fatto sociale. In ogni biografia personale possiamo vedere l’intreccio, l’entanglement della vita e vedere come il nostro divenire è direttamente intrecciato e interdipendente al divenire degli Altri, del Mondo, della Natura. Frigoli lo chiama principio di totalità relazionale uomo-psiche-universo, uno dei principi cardine dell’Ecobiopsicologia.

Ecco che la biografia diventa la narrazione per eccellenza in cui ognuno di noi, partendo da se stesso può vedere tutte queste interconnessioni e come queste abbiano contribuito a renderlo ciò che è nel tempo e come partendo da sé possa aprirsi al metafisico, all’Universo.

Movimenti di vita: crisi e nascita della domanda di senso

L’evento di disagio, di rottura, di malattia a un certo punto compare nella vita dell’uomo e con essi, dopo l’iniziale smarrimento, emergono le domande esistenziali: Chi sono io? Qual è il mio compito? Perché proprio a me? Perché mi è capitato questo?

Il fatto di essere in difficoltà costituisce un’interruzione della biografia come se fosse un evento insensato che mi sovrasta.

Nei momenti di crisi (= dal lat. crisis, gr. κρίσις «scelta, decisione»), la mente perde lo sguardo di continuità sul suo divenire, ma nulla in realtà si spezza o si ferma, tutto è sempre e comunque in movimento.

La mente si trova dunque di fronte a una scelta: integrare ciò che sta accadendo come avente un significato nella sua esistenza per poter proseguire nel flusso della vita.

Alla crisi segue una domanda di senso.

E un movimento di ricerca di un nuovo equilibrio che passa dall’integrare e accettare l’evento accaduto.

Come? L’Io è costretto a dover passare da un pensiero lineare e razionale a un pensiero sistemico-complesso e analogico-simbolico, un pensiero Ecobiopsicologico.

Il Telaio

Ispirata dall’immagine che Diego Frigoli ci regala nel suo ultimo libro Il telaio incantato della creazione, prendo tra le mie mani un telaio e, come sono solita fare, cerco di fare esperienza di quel movimento di tessitura e di quell’immagine-simbolo, strumento antico e carico di significato.

Faccio esperienza del tessere, esperienza della costruzione del telaio, del riporre l’ordito dal basso all’alto e dall’alto al basso, esperienza della spola che ondeggia con moto sinusoidale tra l’ordito, che via via sparisce nell’avvicendarsi del filo che si accosta, dando vita a forme, colori. Sparisce l’ordito nel viaggio di costruzione della trama. Rimane la trama sostenuta dall’ordito nel suo dispiegarsi nello spazio-tempo.

Guardo il telaio nella sua forma rettangolare, con le sue tre dimensioni ben chiare e mi viene in mente di averne un altro in casa, che usavo da bambina. Lo prendo e risperimento di nuovo lo strumento. È rotondo. Predispongo l’ordito e nel movimento circolare che non ha più una direzione orientata da punti cardinali, vivo quel movimento circolare come orbite che vanno a unire punti opposti, equidistanti della circonferenza del telaio. I punti opposti sembrano toccarsi tutti al centro e con stupore guardo il centro: è vuoto. I raggi dell’ordito, polari, danno vita a un centro che è vuoto. Comprendo di essere di fronte a un simbolo.

«Il simbolo non è un concetto, non è un senso nascosto, ma è un’azione della mente che compone gli opposti secondo la legge della misura e della coerenza delle forme esaminate.» Diego Frigoli

Immagine visibile alla pagina https://www.francescavioli.it/2024/09/30/il-filo-della-vita-il-telaio/

Mi sovviene alla mente il Campo A o Campo di Punto Zero o Campo di “vuoto” quantistico di Laszlo, poi Giordano Bruno «L’universo è tutto centro e tutto circonferenza[10]». Mi fermo, fermo la mente e semplicemente contemplo quel simbolo tra le mie mani.

Il filo della vita e narrazione

L’essere umano è l’unico dunque dotato di coscienza riflessiva, linguaggio, pensiero e immaginazione. Nel prendere atto di un Universo in continuo movimento, l’esperienza, l’osservazione, la domanda, la narrazione e l’immaginazione sono gli strumenti a nostra disposizione per partecipare ad esso.

«Attraverso la vita si deve arrivare alla narrazione[11]» Luigi Zoja

Questa citazione di Zoja, psicoanalista e sociologo italiano, a mio avviso sintetizza pienamente come la narrazione sia frutto della vita stessa.

Lo conferma pure Stern, nei suoi studi psicologici, quando definisce il Sé narrativo come passaggio finale dello sviluppo del Sé, che pone le basi al senso di sé nel bambino e nel futuro adulto.

Quale visione e narrazione dunque il nostro Io deve acquisire per contemplare se stesso e il mondo come un simbolo?

Una narrazione e una visione che da lineare diventi circolare, permettendo di ridisegnare il mandala individuale e collettivo della persona e cogliere il mandala dell’Universo.

Una narrazione che non modifica gli eventi ma lo sguardo con cui essi sono visti e vissuti. Una narrazione che pone le basi nell’immaginazione. Immaginazione che non è fantasia , ma Vera Imaginatio, Coscienza Aurorale per dirla con Bachelard, Intelligenza del Cuore per dirla con Corbin.

Una narrazione che crei nuovi sguardi nel rispetto del legame corpo-immagini mentali e del legame uomo-natura, come solo l’uso dell’analogia e del simbolo sanno dare.

Una narrazione che fisiologicamente abbia le sue radici nel simbolico, così come ci insegna anche Piaget. Una narrazione, un pensiero e una visione che riescano a tenere insieme conscio, inconscio e immaginario.

Se dunque il punto è la predisposizione, il focus è sì la coscienza, ma anche il Cuore: l’Intelligenza del Cuore, la capacità immaginativa.

Psicoterapia Ecobiopsicologica

Dicevamo che la paura e l’insicurezza dello stato di crisi chiudono il campo visivo e lo restringono, la mente si fissa sull’evento senza vedere altro, il pensiero non è più creativo ma ripetitivo, chiuso in se stesso.

Lo psicoterapeuta Ecobiopsicologico con la sua visione olografica e panoramica dell’esistenza umana, ponendo in costante relazione i fenomeni delle Natura della mente e del corpo, crea quello spazio tempo in cui ritrovare «la luce e lo spazio» attraverso l’uso dell’analogia e del simbolo.

Allora gli eventi sincronici, così come i sogni e le immagini che nascono nel campo intersoggettivo terapeutico possono entrare come simboli a modificare lo sguardo dell’Io smarrito e in difficoltà, chiuso in se stesso.

Permettendo di vedere che non vi è alcuno strappo ma la possibilità di vedere e andare oltre con sguardo aperto e panoramico a cogliere ciò che vi è… a riporre il nostro Io al servizio della vita, del Sé, del Sè Psicosomatico.

E allora cambia la nostra predisposizione agli eventi, gli eventi accadono, e partecipiamo al loro accadere con sguardo nuovo e nuova presenza, partecipiamo alla vita stessa nel dialogo con le immagini mentali, nel dialogo conscio-inconscio e immaginario.

Nel Kybalion, si parla di Trasmutazione mentale[12], intendendo dal verbo Trasmutare dal lat. transmutare, comp. di trans- «trans-» oltre e  e mutare «cambiare»], Trasformare, mutare in altra forma, in altro aspetto. Trasmutazione come variazione di polarità, non di categoria, variazione di polarità nella medesima categoria. (es. paura-coraggio, luce-buio, etc…), come variazione di stato.

Nella psicoterapia Ecobiopsicologica, potremmo dire, accade una trasmutazione mentale.
La continua ricerca delle relazioni tra corpo immagini mentali e natura universo, crea quel campo di autocoscienza in grado di tenere insieme il senso della vita e crea un centro “vuoto” in accordo con le leggi del Tutto, in grado di tollerare il continuo movimento e mutamento della vita, senza perdere i confini dell’io, ed entrando in relazione con l’immaginario, base affinchè l’Io possa essere al servizio del Sé psicosomatico.

L’universo è mentale

Il Kybalion a tal proposito apre un’ulteriore riflessione sulla relazione tra l’Uomo e il Tutto e si chiede: come crea l’uomo e come crea il Tutto?

Innanzitutto, in quale modo l’uomo crea sul proprio piano dell’esistenza? In tre modalità: crea realizzando forme da materie esterne; riproduce la sua specie con un processo di generazione; «può produrre mentalmente […] in tal modo raggiunge la creazione mentale senza ricorrere alla riproduzione e senza usare materiali esterni. [13]»

E il Tutto? «Il Tutto crea l’universo mentalmente mediante un processo analogo a quello usato dall’uomo per creare le immagini mentali”. […] Il processo usato dal Tutto nella creazione degli universi è in fondo simile a quello con cui noi, mentalmente ci creiamo un mondo nuovo. La differenza è che il nostro è la creazione di una mente finita, l’altro è il prodotto di una mente infinita, superiore; se sono simili nella specie differiscono infinitamente per grado[14]».

«Nella sua mente infinita il Tutto crea infiniti universi che esistono per tempi diversi, nell’ordine di eoni. Ma per il Tutto, creazione, sviluppo, regresso e morte di un miliardo di universi, non hanno durata maggiore di un battito di ciglia[15]»

Oggi, leggendo Federico Faggin Oltre l’invisibile troviamo ulteriori conferme nella fisica sul tema della coscienza che va nella direzione di ciò che già Ervin Laszlo aveva teorizzato con Campo A e che Frigoli nel Telaio incantato della creazione cerca di sviluppare in campo psicoterapeutico e psicologico.

Ecco allora divenire fondamentale lo studio dell’autocoscienza per poter incontrare e intravedere la Coscienza dell’Universo. E così Frigoli ridefinisce la nostra esistenza alla luce della fisica, della nostra unicità e complessità, con questo spunto.

«L’universo esiste in una forma ordinata perché è l’osservatore che gliela conferisce con le sue osservazioni; anche il più geniale allievo di Wheeler, Richard Feynman, amava a sua volta dire, riprendendo le riflessioni di Wheeler, che l’universo è fatto di «molti cammini e molte storie». La realtà, secondo la cosmologia e la fisica, dunque, è quella che decidiamo di vedere dopo averla costruita.» Frigoli D[16].

Richard Feynman, coi suoi integrali sui cammini, ha riformulato la meccanica quantistica in termini diversi rispetto alla Scuola di Copenaghen. Con questi integrali ha riformulato l’elettrodinamica e vinto il premio Nobel. Quei cammini calcolano delle probabilità che sono la realtà ultima della materia a livello microscopico. In altre parole, la materia è fatta di onde di probabilità. Quando osserviamo un fenomeno obblighiamo la materia ad interagire con noi ed essa ci mostra una delle sue probabilità. Come quando lanciamo un dado. La realtà è fatta dalla nostra (del rivelatore/osservatore/coscienza) interazione con il campo della particella. In termini di Feynman, essa ha scelto uno dei tanti cammini possibili. Facilmente uno dei più probabili. Con questo cammino, si rivela, celando al contempo in sé, una realtà più complessa. Questa frase, sembra raccontare che la realtà è ciò che vogliamo/possiamo vedere. Sembra quasi che parli di una proiezione. Ed in effetti è anche così. Peccato che se ci fermassimo a questo, perderemmo per strada che l’integrale sui cammini corrisponde a quella che noi psicoterapeuti chiamiamo anamnesi ed è pertanto il frutto della storia del paziente, dei suoi genitori, della sua cultura, del luogo e del tempo in cui è nato e vissuto. È questo che si intende con “costruita”. Si parla di una interazione di campo, che è ciò che fa una spola quando crea la trama tra l’ordito, generando un tessuto.

Alice: dalla biografia al mandala, dalla scrittura all’immagine di Sè

«Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro[17]» Hillman

Alice, ha 37 anni, quando arriva in terapia con un elenco cronologico puntato, dettagliato dei suoi eventi dalla nascita ad oggi e un tema astrale.

Non sarà argomento di questa sezione la vita di Alice, di cui potete trovare un piccolo approfondimento in Tessuti. Essere forma nel tempo. In Materia Prima di Dicembre 2023[18].

Ciò che vorrei raccontare in questo piccolo testo è il processo dell’accadere degli incontri di terapia. Raccontare il processo terapeutico in cui conscio, inconscio e immaginario dialogano nello campo intrapsichico di terapia Ecobiopsicologico.

Alice prende il quaderno e legge in ordine cronologico i punti della sua biografia. Le parole scelte, gli eventi selezionati, ci parlano di lei, del suo momento attuale, dello sguardo con cui si guarda, del filo rosso che è sotteso al suo raccontare, della domanda profonda che custodisce in sé.

Durante la lettura il terapeuta è prima di tutto testimone, che dà ragion d’essere al narratore che dipana nel racconto della sua storia, poi è colui che fa domande, che interroga, rimanda sensazioni e immagini, propone riflessioni che vanno a inserirsi nella trama. Il terapeuta è colui che può “vedere il paziente nella sua totalità simbolica e mandalica”, totalità negata allo sguardo di chi momentaneamente si trova nella sofferenza e nel disagio, totalità che va via via delinenandosi durante i primi incontri.

Lo sguardo del terapeuta Ecobiopsicologico, coglie e traduce i simboli e le immagini che si creano nel campo intersoggettivo e che accompagnano la relazione terapeutica. Il terapeuta Ecobiopsicologico pone domande, mette in luce espressioni che il paziente utilizza parlando di alcuni fatti, usa il controtransfert come elemento importante ai fini dell’esplorazione dell’inconscio da parte del paziente.

Durante il percorso, a un certo punto spontaneamente Alice sente il bisogno di usare l’acquerello e mettere dopo ogni nostra seduta, su carta e in acqua le sue emozioni, lasciando libera la mano di imprimere sul foglio immagini e sensazioni in colore, forme di sé.

Così quei punti scritti, ampliati dalle domande e immagini intersoggettive, sotto l’ascolto e la mente attenta del terapeuta, prendono vita in una trama e un intreccio: l’elenco come uno scheletro riprende polpa e vita nelle delicate forme dell’acquerello.

Quel quaderno inizialmente fatto di punti elencati diventa una raccolta di disegni e la narrazione della nuova esperienza si intreccia ai fatti biografici narrati, ricostituendo una nuova forma rispetto all’iniziale e un nuovo sguardo ad Alice per potersi vedere.

Scrittura – narrazione in parola – ampliamento della scrittura – creazione spontanea di immagini ad acquerello, immagine non definite, guizzi di colore fluido che lascia intravedere sfere, fiamme, movimenti di darsi forma – il tema astrale, lì, come un telaio circolare, come nuovo sguardo attraverso cui riscoprire la totalità e l’immagine mandalica di sé.

Il tema astrale infatti era realmente lì, tra noi, semplicemente in bella vista tra di noi, come guida silente in ogni seduta, ci ispirava e regalava rotondità, circolarità, ampliamento e nuove visioni. L’astrologia ha a che fare col Tempo.

L’immagine di sé viene ritessuta nello sguardo nuovo di Alice, che passa da un telaio rettangolare a un telaio rotondo, attraverso il simbolo dello Zodiaco.

È così che durante il percorso terapeutico le informazioni frammentate o eccessivamente strutturate portate dal paziente si trasformano in romanzo, in cui è il dialogo interno fluido e morbido che tra conscio-inconscio e immaginario che si crea nel paziente a restituire alla propria vita, la totalità che le appartiene e con essa una nuova lente per sé e per il mondo.

Lo sguardo olografico del terapeuta Ecobiopsicologico aiuta la trasformazione di visione e la trasmutazione mentale, grazie alla complicità, direbbe Vittorio Gallese (2024), dei neuroni mirror che confermano neurofisiologicamente come il nostro essere sia relazionale e come ogni nuova esperienza relazionale contribuisce alla costruzione di noi stessi.

A proposito del processo terapeutico e delle immagini con cui il terapeuta si trova a confrontarsi durante il percorso, Diego Frigoli puntualizza la diversità dei tipi di immagini che si creano nel campo intersoggettivo terapeutico e parla di Immagini Percepite, riferendosi a quelle immagini costituite dai dati biografici, parla di Immagini Create che sarebbero quelle rappresentate dalle amplificazioni della biografia del paziente nella mente del terapeuta e infine parla di Immagini Immaginate, che sono le qualità sottili dell’anima del terapeuta che hanno trasformato la storia clinica in romanzo personale.

Conclusione

Concludo, per tornare al Filo della vita, alla scintilla che è in ognuno di noi e si chiama Vita con queste tre citazioni, che possano suscitare in voi movimenti interiori, bisbigli, mormorii, desideri di approfondire l’autocoscienza e la Coscienza, perché Vivere potremmo dire è Conoscere.

«Quando la Vita diviene la prima e la maggiore delle Arti, tutte le altre non sono che una introduzione meno nobile, e anche la Scienza se vuole penetrare l’intima essenza delle cose deve essere in grado di suggerire emozioni e stati di animo, […] deve diventare un Arte poetica, perché la Vita è soprattutto musica, in cui armonicamente si fondono le leggi matematiche del suono e le impressioni indefinite dell’anima[19].» Diego Frigoli

«E’ la vita stessa che è un percorso che lo si voglia o no[20]» Juri Camisasca

«La narrazione della propria storia è «tessuto» in cui si intrecciano trama e ordito. È «tessuto» come participio passato di tessere, di una forza vitale che dà forma alla materia.
Sutratman, il Filo della Vita[21]
». FV

 

 

 

 

 

 

 

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Essere virgola Umano

di Francesca Violi+

La virgola  è lì. Con una pausa breve separa l’Essere dall’Umano, così come noi ci separiamo apparentemente dal tutto attraverso l’autocoscienza, pur rimanendone interrelati. La pausa ci riporta al ritmo. La vita è movimento. La vita umana è legata a ritmi fisiologici e naturali. In musica la pausa, il silenzio, la cui corretta esecuzione è cruciale, contribuisce  all’interpretazione e alla comprensione del brano. La pausa non è semplicemente un’assenza di suono, ma è un elemento espressivo che contribuisce all’atmosfera del brano. “Essere virgola Umano” potrebbe essere allora, se pensiamo alla musica e al ritmo, anche un verso poetico in cui intravedere sonoramente la nostra natura.

ESSERE, CORPO e RELAZIONE

In quanto esseri umani, non possiamo prescindere dal corpo, dal nostro corpo, dal corpo vivo, Korper und Lieb, termini tanto cari alla fenomenologia e alla psicosomatica.

Prendiamo, dunque, la mano come simbolo del nostro avere un corpo ed essere un corpo.
Con la mano “afferriamo” il mondo, gesto tanto caro alle neuroscienze nella costruzione della mappa neurale del bambino in relazione all’ambiente.

Con la mano tocchiamo. Il senso del tatto, esteso a tutta la pelle, così fondamentale, come ci ricorda Harlow nei suoi esperimenti, da essere preferito al nutrimento. Il senso del tatto si concentra via via nella mano del bambino, nel conoscere il mondo, cercando gradualmente di dare una forma a quelle atmosfere senza confini in cui è immerso fin dalla nascita.

Il bambino guarda la mano, la usa e nell’esperienza quotidiana, arriva ad associarla alla sua volontà e attraverso di essa continua ad esplorare di nuovo il mondo e se stesso e il suo corpo, in modo nuovo, ossia coscientemente, per tutta la vita. Poi di nuovo libera la mano con la posizione eretta e in quel momento, dopo aver lungamente allenato il corpo e l’apparato fonatorio, il linguaggio permette di dire “Io” a se stesso e ri-conoscersi come Essere, Umano. Inizia così ad essere e avere un corpo. “Senza la riflessione del linguaggio che ci fa dire io, non sarebbe possibile riconoscersi. ”, ci ricordano Gallese e Morelli (2024) e aggiungono che essere umani significa essere “cablati per connetterci con l’altro.[1]”

Già l’antropologo Francesco Remotti (2021) aveva mutuato il termine individuo in coindividuo, riconoscendo il primato relazionale del nostro essere umani e l’interrelazione complessa che come esseri viventi ci definisce in relazione all’altro e al tutto.

Ci parlano di “paradigma corporeo, basato sulla relazione ”, e di corpo come “sorgente prima delle potenzialità relazionali che definiscono il nostro mondo e il contesto sociale in cui ci sviluppiamo ”. Proprio l’imitazione neonatale sembra essere il primo strumento che abbiamo, innato, per sintonizzarci con l’altro e studiando il feto si è scoperto che proprio gli schemi motori il cui controllo è più sofisticato sono quelli diretti verso l’altro, già alla sedicesima settimana di gestazione.

La relazione è ovunque: ci appare come una dimensione frattale dell’essere umani, cioè una dimensione che si ripete a diversi livelli di scala, mantenendo caratteristiche simili.

La relazione se parliamo di essere umano non può prescindere dal corpo vivo, chiamato dai fenomenologi  appunto Lieb. In tedesco infatti le parole per designare il corpo sono due: Korper, per designare il corpo materiale, oggetto di studio delle scienze della vita e il Lieb che si riferisce all’esperienza vitale che grazie al corpo facciamo del mondo.

Il concetto stesso di empatia trova le radici proprio nel Lieb, in quanto l’esperienza è sempre l’esperienza di qualcuno, di una soggettività frutto di corpo, relazione e movimento che percepisce secondo la sua biografia. La nostra percezione dell’altro non è mai dunque diretta, ci possiamo solo approssimare. La nostra esperienza è la nostra. L’alterità è costruita su una relazione di somiglianza, di compartecipazione. Il tutto in un movimento continuo.

ESSERE, MOVIMENTO e CONOSCENZA

La vita è movimento, ritmo e relazione. Noi esseri umani siamo movimento, ritmo, relazione, corpo, psiche e linguaggio. “Tutto nasce dal movimento. Il movimento come primus movens.[2]”

Il linguaggio che secondo Steiner è movimento trasformato è la nostra caratteristica specie specifica. Gli studi neuroscientifici confermano che il linguaggio infatti non è un punto di partenza, ma un’emergenza evolutiva e che il linguaggio mantiene “intatti i legami con le radici corporee da cui scaturisce e di cui costituisce l’espressione di un creativo riuso[3]”

In “Storie che curano” J.Hillman (1983) parlava di quanto sia importante curare non tanto il paziente quanto la storia che questi racconta su se stesso. E’ vero infatti che una persona inizia un percorso terapeutico portando con sé un problema o un sintomo, ma è altrettanto vero che ciò che il terapeuta ascolta non è il dolore psichico ma la sua narrazione. Questa narrazione, il suo stile, il modo che il paziente ha di raccontarsi, sono importanti quanto i sintomi.

La narrazione dà forma al nostro essere in movimento nel mondo, dà forma alla nostra coscienza. La narrazione è movimento trasformato che tiene insieme la multidimensionalità della vita. La narrazione è fortemente relazionata all’immaginazione, intesa nella sua forma non fantastica, ma intuitiva dei rapporti simbolici e archetipici della vita. La narrazione è uno dei modi per crearsi, per divenire se stessi.

L’essere umano è infatti, secondo Aristotele, zoon logon echon, letteralmente l’animale che possiede la parola. Nominare, parlare, descrivere, dialogare, raccontare, narrare, costruire pensieri, creare immagini e tradurre immaginari: queste alcune nostre caratteristiche specie specifiche.

La psicoterapia è il luogo in cui l’umano è considerato nella sua complessità e in cui nel rapporto intersoggettivo tra paziente e terapeuta la narrazione mantiene la sua forza profondamente trasformativa. “Una terapia riuscita è quindi una collaborazione tra narrazioni, una re-visione della storia in una trama più intelligente, più immaginativa.” (Hillman, 1983)

Conoscere se stessi dunque è un processo soggettivo, relativo, personale, ma nello stesso tempo collettivo, frutto delle nostre esperienze relazionale e corporee.

Il mezzo con cui l’essere umano procede nell’atto del conoscere è frutto del porsi e porre le domande. Domande che non abbiano immediata risposta, ma aprano all’osservazione e all’apprendere dall’esperienza, al sentire, al contemplare, al narrare, a cogliere le immagini che giungono dal profondo.

Nel porci la domanda ci apriamo all’esplorazione dell’ignoto e con esso cerchiamo un dialogo, un confronto. Seguendo Edgard Morin, proprio il lavoro/dialogo con l’irrazionalizzabile è uno delle condizioni del pensiero complesso: “Il pensiero complesso deve soddisfare numerosissime condizioni per essere tale: deve collegare l’oggetto al soggetto e al suo ambiente; deve considerare l’oggetto non come oggetto ma come sistema/organizzazione che pone i problemi complessi dell’organizzazione; deve rispettare la multidimensionalità degli esseri e delle cose; deve lavorare/dialogare con l’incertezza, con l’irrazionalizzabile; non deve più disintegrare il mondo dei fenomeni ma tentare di renderne conto mutilandolo il meno possibile[4]”.

Conoscere è dare senso e significato. Noi esseri umani in quanto animali simbolici non possiamo non dare significato alla realtà. Essere umani non può prescindere, dato che siamo dotati di autocoscienza, da un conoscere che diventi comprendere, da prehendere cum, ‘tenere insieme’, dall’abbracciare[5] con tutti i sensi del corpo e dell’immaginario, ciò che siamo e ciò che c’è, noi interrelati al mondo, noi in relazione con l’Altro.

ESSERE, U_MANO

Mentre sto scrivendo l’articolo mi appare alla mente un trattino basso che separa la parola umano: U_MANO. la osservo e rifletto. Se fossimo stati nel precedente periodo storico in cui corpo e mente sono passate dall’essere considerate due entità separate a trovare un dialogo e una continuità, avrei probabilmente utilizzato un ‘trattino breve’ (-), un segno che separa e unisce, nel tentativo di rappresentare quel dialogo che oggi ha la risposta in una visione non più riduzionistica e meccanicistica, ma sistemico-complessa-intergrata in cui l’Umano recupera la sua totalità e la sua interdipendenza dalla Natura.
Oggi, nell’Era Complessa, che esige una visione multi-inter-trans-disciplinare[6], si parla infatti di psicosoma, di  continuum mente corpo, di continua interdipendenza uomo ambiente e soggetto contesto. Proprio in questo momento storico la mia mente ha forse scelto, dunque, un ‘trattino basso’ o ‘underscore’ (_), che viene dal mondo informatico e linguistico, per sottolineare ed aprire una riflessione anche volto ad interrogarci sull’informatizzazione e il digitale, che irrompono ponendo nuove questioni alla luce di chi siamo, come funzioniamo e del rapporto reale-virtuale.

L’informatizzazione, il digitale e l’AI sono infatti espressioni stesse della complessità che viviamo.

Byung-Chul Han (2024) interrogandosi su informazione e narrazione denuncia il pericolo di un appiattimento e di una distorsione della realtà derivante dall’informatizzazione e dal digitale. Portando l’attenzione sulla necessità di recuperare “una narrazione capace di trasformare e di aprire un mondo (…) che emerge e prende forma grazie a un processo complesso (…) espressione di una tonalità emotiva del tempo.[7]”

Narrare è un gioco di luci e ombre, di visibile e invisibile, vicinanza e lontananza. L’odierno disincanto è il risultato dell’informatizzazione del mondo e il suo modello di riferimento è la trasparenza. Essa disincanta il mondo riducendolo a dati e informazioni.[8] Ogni narrazione infatti presuppone qualcosa di segreto e di magico[9] – e denuncia – stiamo perdendo la capacità di narrare[10]. Racconto e informazione sono forze contrapposte[11] – dichiara Byung-Chul Han (2024) – all’informazione manca la stabilità dell’essere. Essere e informazione si escludono a vicenda. L’informazione non è portatrice di senso, mentre nel racconto il senso transita.[12]

Byung-Chul Han (2024) continua, affermando che “paradossalmente, sembra proprio che la crescente connettività ci isoli. Essere connessi in rete non significa essere legati gli uni agli altri” . La digitalizzazione dunque intensifica la povertà di contatto? Che significato ha questo fenomeno per noi esseri umani cablati per connetterci agli altri?

Parole forti che fanno emergere domande e riflessioni sul nostro essere umani e il rapporto reale-virtuale.

Come approcciare consapevolmente al digitale ricordandoci la nostra natura corporea ed emozionale e per il quale la relazione di dipendenza è fondante per la nostra autoformazione?  Come riconoscere la nostra natura relazionale e dipendente e tenerla in considerazione nell’uso  di tali nuovi strumenti?

Già Calvino (2022) si interrogava: “Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la civiltà dell’immagine? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate?”.

Quali mappe neurali si creeranno tra scrolling e tapping sulla tastiera? Quale il dialogo tra avatar e vita reale? Tante altre sarebbero le domande, importanti ai fini di favorire la nascita di un pensiero critico che non chiuda nessun possibilità, ma possa trovare ulteriori domande e bozze di risposte complesse nelle singole esperienze.

Solo alcuni dei molti quesiti che troveranno nel Festival della Complessità di quest’anno validi esperti che con il loro contributo potranno, in tal senso, fornirci spunti, aperture e consapevolezze.

Per quello che riguarda l’ambito psicoterapeutico, concordo con Byung-Chul Han (2024) quando egli dice che “ogni malattia si mostra anche come un blocco interiore che può essere superato attraverso il ritmo del narrare. La mano che racconta distende le tensioni, scioglie le paralisi e gli irrigidimenti. Essa riporta le cose in equilibrio, cioè le fa nuovamente scorrere”. La malattia e il disordini sono espressione di una narrazione bloccata. Nel momento in cui il paziente riprende, in terapia, a narrarsi liberamente allora è “guarito”. Dove per guarigione si intende un recupero del proprio senso nel mondo. Nel riportare alla parola ciò che non si è in grado di raccontare. La fantasia narrativa è curativa, se per fantasia intendiamo l’alta fantasia  di Dante di ispirazione calviniana e di una narrazione che dialoghi con l’immaginario archetipico. Ascolto e narrazione si co-appartengono e questo bene lo sanno gli psicoterapeuti e gli psicoanalisti.

Che sia forse necessario recuperare ascolto profondo, dialogo interiore e narrazione per essere umani?

La parola è un ponte tra il dentro e il fuori. Quando la parola prende forma in noi – scritta o parlata – quel movimento trasformato crea e dona una forma a un immaginario, dà forma alla mente, a nuove forme di vita e di pensiero che sono relazionali, metaforiche, poetiche, immagini vive. Temi che approfondirò, partendo dalle basi di questo articolo, nella mia relazione a Tarquinia.

 

Francesca Violi, psicologa psicoterapeuta Ecobiopsicologia, ad indirizzo psicodinamico e psicosomatico. Terapeuta EMDR. Maestra d’Arte. Esperta Mindfulness. Conduttrice di laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di Salute e Complessità dal 2012. È membra dello Staff organizzativo del Festival della Complessità. Formatrice, divulgatrice e autrice di libri e articoli.

 

Bibliografia

Byung-Chul Han (2024) La crisi della narrazione. Torino: Einaudi.

Byung-Chul Han (2020) La salvezza del bello. Nottetempo

Calvino I. (2022) Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio. Milano: Mondadori.

Fagan P. (2025), Benvenuti nell’Era Complessa. Rimini: Diarkos

Frigoli, D., (2016). Il linguaggio dell’anima. Fondamenti di Ecobiopsicologia. Milano: MAGI.

Frigoli, D., (2017). L’Alchimia dell’anima. Milano: MAGI.

Frigoli, D., (2019). I sogni dell’anima e miti del corpo. Milano: MAGI.

Frigoli D., (2023). Il telaio incantato. Milano: Mimesis

Gallese V., Morelli U. (2024) Cosa significa essere umani? Milano: Raffaello Cortina

Hillman J. (2021) Le storie che curano. Milano: Raffaello Cortina

Morin E., (1988) Scienza con coscienza. Milano: F. Angeli

Morin E., (1983) Il metodo. Ordine, disordine, organizzazione. Milano: Feltrinelli

Remotti F. (2021), Coindividuo o individuo? Milano: Raffaello Cortina

[1] Gallese, Morelli (2024). P.24
[2] Ibidem. P.30
[3] Ibidem. p.13
[4] Morin E. (1988), p. 196
[5] Violi F. Vivere e Comprendere. Come l’Ecobiopsicologia abbraccia la vita. in Materia Prima, Dicembre 2024, https://www.aneb.it/vivere-e-comprendere/, pp. 21-28
[6] Fagan P. (2025)
[7] Byung-Chul Han (2024) , p.7
[8] Ibidem, p.69
[9] Ibidem p.70
[10] Ibidem p.71
[11] Ibidem P. 9
[12] Ibidem P.10

FESTIVAL DELLA COMPLESSITA’ 2025

SOSTENIBILITA’: IL RAPPORTO UOMO-NATURA

24 MAGGIO ore 15-16
presso P.le Santafiora 1, 43121 Parma

Riflettere insieme sulla sostenibilità e il rapporto uomo-natura.
Un pomeriggio per parlare e interrogarci sul senso e il significato dello sviluppo sostenibile alla luce dell’agenda 2030.

Cosa significa sostenibilità?
Un momento aperto e informale per un confronto vivo e produttivo ai fini di partecipare coscientemente a produrre un mondo sostenibile.

Posti limitati, prenotazione obbligatorie a info@francescavioli.it 

E’ previsto un contributo di 10 euro a sostegno dell’iniziativa.
Il Festival della Complessità è un Festival diffuso a Km zero, autosostenuto
www.festivalcomplessita.it 

 

https://fb.me/e/5Fk7oOQvF

IL FILO DEL SE’
VIE VERSO L’INTERIORITA’

Diari, Taccuini, Quaderni

24 MAGGIO ore 10.30-12
presso P.le Santafiora 1, 43121 Parma

“La scrittura non è il luogo dove riversiamo la vita interiore, la scrittura è il mezzo attraverso cui noi costruiamo la vita interiore“. Duccio Demetrio

Giornata all’interno del Festival della Complessità, teorico-pratica senso del nostro esseri umani dotati di corpo, pensiero, linguaggio, emozioni e immaginario e di come la scrittura possa essere ponte per la costruzione di un dialogo interno che partecipi al nostro divenire .

Oltre a comprendere cosa sia il linguaggio per noi esseri umani e il senso evolutivo che esso ha per noi, verranno proposte alcune pratiche che possono essere inserite nella quotidianità di profondo aiuto nell’esplorazione di sé.

Nello scrivere prende forma la mente.

“La scrittura è una pratica che struttura la nostra soggettività nel suo farsi”. Duccio Demetrio

Posti limitati, prenotazione obbligatorie a ilfilodelse.bio@gmail.com 

E’ previsto un contributo di 10 euro a sostegno dell’iniziativa.
Il Festival della Complessità è un Festival diffuso a Km zero, autosostenuto
www.festivalcomplessita.it  

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IL FILO DEL SE’. NEL TEMPO
Laboratorio di scrittura autobiografica

12 MAGGIO e 9 GIUGNO 2025
dalle 17.30 alle 20.30
Sala Adorni – Biblioteca di Sorbolo (PR)

Riscoprire il valore del Tempo

Riflettere sulla dimensione del Tempo

Scrivere sul senso del Tempo

Dedicarsi del Tempo,

alla scoperta di Sé.

Un laboratorio a incontro mensile in cui esplorare se stessi attraverso la scrittura autobiografica e la stesura del Diario dei Pensieri, in particolare del Diario dei Pensieri Sul Tempo e Nel Tempo. Un laboratorio da soli in gruppo per attraversare le diverse dimensioni del Tempo e di ciò che esso significhi per ognuno di noi. Il laboratorio riprenderà dopo la pausa estiva nel mese di settembre.

 

Parlarsi. La comunicazione perduta
Eugenio Borgna

a cura di Dr.ssa Francesca Violi

 

https://www.aneb.it/parlarsi-la-comunicazione-perduta/

 

Eugenio Borgna (1930-2024), mancato recentemente, è Psichiatra Poeta, docente e saggista italiano. Come primario di servizi psichiatrici ospedalieri, fin dai primi anni ’60 ha adottato metodi di cura che, esorbitando dalla comune prassi clinica, si sono incentrati sul dialogo reciproco e l’ascolto empatico del paziente psichiatrico, non soggetto ad alcuna forma di coercizione, contenzione o imposizione, sperimentando così, per la prima volta in Italia, una nuova maniera di accostarsi alla malattia psichiatrica, più umana, rispettosa e comprensiva del dolore del paziente.
Laureatosi in Medicina e chirurgia nel 1954 presso l’Università di Torino e specializzatosi in Malattie nervose e mentali nel 1957, già libero docente di Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano e direttore dell’ospedale psichiatrico di Novara, ne è stato primario emerito. Avverso a ogni forma di schematismo e riduzionismo biologico dei processi mentali, è stato tra i principali esponenti della psichiatria fenomenologica, che sulla base della fenomenologia husserliana sposta il suo oggetto di analisi dalla malattia al paziente, e strenuo sostenitore di una “psichiatria dell’interiorità” in grado di ricostruire la dimensione profonda e soggettiva del disagio psichico, che ha indagato attraversando campi eterogenei, quali la letteratura, la filosofia e l’arte, nel tentativo di enuclearne la dimensione plurima e complessa restituendo un significato condiviso alla dimensione esistenziale del dolore. Tra i suoi principali settori di studio vi sono l’indagine sulla depressione e la schizofrenia, cui ha dedicato numerosi saggi scientifici e pubblicazioni rivolte a un pubblico non specialistico.
In questo testo Parlarsi. La comunicazione perduta l’Autore affronta l’intricata e vastissima questione della sfera comunicativa che abbraccia molteplici aspetti. Lo fa con la consueta empatia, con un linguaggio semplice ed espressivo, ricco di contenuti, scevro di banali affermazioni od accademiche dissertazioni, per momenti di autentica riflessione e ragionamento.
L’aspetto importante, chiave di lettura per una adeguata comprensione, sta nell’affidarsi alla letteratura, in particolare alla poesia, per un corretto ed accorato approfondimento, per entrare in un universo, quello comunicativo, che ha radici oggettive e soggettive ben precise e per orientarsi in un oceano di possibili significati. Si va dalla comunicazione razionale a quella emozionale, interagenti, alla analisi dell’Io più profondo, al linguaggio del silenzio, dell’ascolto, della gestualità, passando attraverso la solitudine che va distinta dall’isolamento e che è un momento di profonda riflessione interiore per potersi donare agli altri. Si parla di linguaggio del corpo. Si affronta la tematica della comunicazione odierna e del digitale.
Temi profondi, infiniti, a tratti insondabili e ciò che emerge è il desiderio di riappropriarsi del proprio Io più profondo, di scavare nel nucleo della propria essenza per potersi accostare all’altro, e Borgna lo fa in una relazione continua tra medicina e poesia, tra sintomi fisici e psichici, tra corpo e vissuto, per non dimenticare chi veramente siamo e di che materia siamo fatti.
Viviamolo attraverso alcuni passaggi e le sue parole…

Comunicare
Già in copertina, prima ancora di aprire il libro, troviamo riportato: «Che cos’è questa parola ambivalente, ‘comunicazione’, questa parola-valigia…». Chiamandola “parola-valigia”, Borgna come un poeta ci permette di iniziare un viaggio all’interno del significato della parola, un viaggio nell’ascolto di noi e nella relazione di cura che non può non avere le radici nelle profondità di sé. Difronte alla comunicazione, parola marmellata, di nuovo la ridefinisce, Borgna ci chiede «Come entriamo in comunicazione, come entriamo in relazione, con noi stessi e con gli altri, con la nostra interiorità e con quella degli altri?» (p. 5). Ci invita successivamente a riflettere sull’inscindibile legame tra comunicazione e relazione, narrando di un parlare e ascoltare che vivono in continua circolarità.
Comunicare è anche stare nel silenzio.

Parole
«Si comunica con il linguaggio delle parole, con quello del silenzio, e con quello del corpo vivente. Le parole sono portatrici di comunicazione e di cura solo quando sono parole leggere e profonde, interiorizzate e calde di emozione, sincere e pulsanti di vita; ma gli orizzonti di senso delle parole cambiano nella misura in cui si accompagnano al linguaggio del silenzio, e a quello della voce, degli sguardi, dei volti e dei gesti, che contrassegnano i modi di essere del corpo vivente». (p. 10).
Borgna, psichiatra fenomenologo, conosce bene l’importanza del Leib del corpo vivente. Tramite il corpo, con il corpo vivente noi sentiamo ed esperiamo le emozioni e le emozioni diventano memorie nel corpo. La parola diventa allora canale, via metaforica, immagine in cui è sigillato un mistero.
«Le parole sono creature viventi […], sono prigioni sigillate dal mistero, e ogni volta dovremmo essere capaci di aprire queste prigioni, di togliere loro i sigilli, di farne sgorgare i significati, e di scrutarne le cifre tematiche solo apparentemente oscure» (p. 11). Ma quale approccio alle parole, affinché siano colte nella loro profonda natura, come essudato di corpo, emozione, esperienza, relazione e pensiero? «Solo la grazia, questa misteriosa intuizione dell’indicibile e dell’infinito, che è presente nella vita di alcuni di noi, ci consente di trovare le parole nascoste che possano narrare il male del dolore» (p. 16). Borgna parte dalla sua esperienza clinica di primario di psichiatria, del quale scende nel dettaglio in La follia che è anche in noi, Collana Vele, Torino, Einaudi, 2019, donandoci alcuni incontri umani intensi di quel periodo.

Silenzio
Si interroga sul silenzio, le molteplici sfumature e significati del silenzio. Ama e valorizza il silenzio, sottolineando l’importanza di riconoscere ciò che si sta comunicando quando si usano le parole. Preferisce il silenzio a parole non pensante, non soppesate, non attente.
«Dobbiamo imparare a capire che il silenzio è bello; che non è un vuoto, ma vita genuina e colma» (p. 26).
«La parola e il silenzio si intrecciano l’una all’altra nel generare e nel ricostruire le premesse a una comunicazione che si allontani dalle chiacchiere quotidiane, e si avvicini alle esperienze fondamentali della vita: quello che hanno come loro oggetto il tema delle attese e della speranza, del dolore e della malattia, del vivere e del morire, o il tema della conoscenza mistica» (p. 30). Il tema del silenzio viene poi approfondito in un altro suo meraviglioso libro dal titolo In ascolto del silenzio, Collana Vele, Torino, Einaudi, 2024.

Solitudine
Ci porta, cavalcando l’onda del silenzio e della bellezza del vuoto, a riflettere sulla solitudine, condizione umana psicologica in cui entriamo in contatto con noi stessi, la nostra interiorità e la nostra immaginazione. Borgna ci dice che la solitudine non è l’isolamento (p. 31).
«La solitudine e il silenzio sono esperienze interiori che aiutano a vivere meglio la vita di ogni giorno» (p. 32). Si interroga Borgna su come sia possibile, oggi, in cui ognuno di noi è in costante collegamento e connessione con tutti e il mondo, come sia possibile recuperare una solitudine che non sia isolamento. Riflessione profonda e debita in questo tempo in cui il digitale allontana i corpi, limita gli incontri e la relazione col diverso.
«Vivere fino in fondo l’esperienza della solitudine significa insomma recuperare i valori della riflessione e della solidarietà, dell’impegno etico in politica e del rispetto delle persone, e delle loro differenze, del rinnovamento culturale e della leopardiana passione della speranza» (p. 34).
«La psichiatria quando si confronta con le grandi emozioni della vita, ha bisogno della poesia se vuole cogliere la palpitante dimensione umana delle esperienze con cui senza fine si confronta» (p. 35). Apre così lo sguardo verso la poesia, lui che è stato soprannominato lo “psichiatra poeta”, lui che si nutre di poesia e porta poesia nei suoi incontri terapeutici, qui nei suoi libri. Attraverso la poesia torna al corpo, al Leib.

Volto, sguardo, corpo
«Noi siamo abituati a considerare il corpo, il modo di essere del corpo, del nostro corpo e del corpo degli altri, nella sua dimensione anatomica e fisiologica: come corpo-cosa, come corpo-oggetto. Ma c’è un’altra dimensione del corpo, ed è quella del corpo vivente che ci mette in comunicazione con noi stessi e con il mondo, ed è il corpo che è immerso in una cascata di significati che cambiano di emozione in emozione, di giorno in giorno, di ora in ora, di situazione in situazione: in un carosello febbrile e temerario. La mano, questa mia mano, è parte di un corpo anatomico, ma è insieme una mano che può ridestarsi dal silenzio, e comunicare immediatamente qualcosa che mi metta in contatto con gli altri, e con il mondo» (p. 42). Descrive in queste pagine Mani, Volti, Sguardi, Occhi, Voci, Gesti, Espressioni, Lacrime.
«Come ha scritto Roland Barthes; Cosa sono mai le parole? Una lacrima sola dice assai di più!» (p. 51) di nuovo intreccia Parole, Corpo e Silenzio come sorgenti di contatto e comunicazione profonde.

La condizione umana oggi
Riflette sulla condizione umana oggi e di quella giovanile in particolare di cui sottolinea «il rifiuto della solitudine e l’incantamento per il digitale» (p. 59).
Apre uno sguardo panoramico al sociale, partendo dalla comunicazione in famiglia «Si finisce così nei deserti di una comunicazione che non crea né ascolto né condivisione» (p. 62); passa alla comunicazione a scuola «Si direbbe che la scuola invece di essere il luogo dove la conoscenza si trasmette e riceve una sua prima elaborazione, sia il rifugio in cui ci si rinchiude per essere protetti dalla conoscenza, dal suo fluire, dal suo accrescersi» (p. 64), fino a interrogarsi sulla comunicazione nelle diverse fasi di età e nelle diverse situazioni e contesti, soprattutto difficili come quelle dei profughi con i quali la comunicazione sembra diventare impossibile.
Apre infine una lunga dissertazione, ricca di spunti sulla comunicazione digitale. «Qual è il tempo della comunicazione digitale? Non è il tempo della agostiniana circolarità fra il presente, il passato e il futuro, ma è un tempo che vive in un presente intessuto di istanti, di frammenti, che sono gli uni accostati agli altri, gli uni staccati agli altri, in un presente che non ha storia, non ha passato, e non ha speranze, non ha futuro, in un presente che è di volta in volta risucchiato nel flusso ininterrotto di comunicazioni che nascono e muoiono, rinascono e scompaiono, senza lasciare tracce durature nella nostra vita interiore e nella nostra memoria vissuta» (p. 71).
Parla successivamente della malattia e come comunicare sulla e della malattia. Mi chiedo se questa vicinanza tra una riflessione sul digitale e il tema della malattia non sottenda un implicita relazione… sarà forse ancora il corpo a ricordarci la nostra natura umana, relazionale e psicosomatica? Vi lascio con questa domanda aperta e la voglia di leggere questo delicato e profondo testo del Poeta Psichiatra Eugenio Borgna.

Sinossi. Nel corso della nostra vita siamo accompagnati da alcune esperienze fondamentali che ci consentono di conoscere cosa noi siamo e cosa sono gli altri; e fra queste esperienze come non ripensare alla tristezza, alla sofferenza, alla felicità, alla solitudine, alla tenerezza, al desiderio di comunità e di comunità di destino, alla speranza, alla malattia e alla morte volontaria, e ai modi con cui entrare in comunicazione con ciascuna di queste esperienze? Ma cosa è questa parola ambivalente, “comunicazione”, che entra in gioco in ogni forma di discorso e di vita? Comunicare vuol dire rendere comune (dal latino munus, dono): è dialogo, relazione. Significa entrare in relazione con la nostra interiorità e con quella degli altri, nella convinzione che comunicazione sia sinonimo di cura. Noi entriamo in relazione con gli altri, allora, in modo tanto più intenso e terapeutico quanta più passione, compassione ed empatia è in noi, quante più emozioni siamo in grado di provare e di vivere.

  • Eugenio Borgna, Parlarsi. La comunicazione perduta, Collana Vele, Torino, Einaudi, 2015

Dr.ssa Francesca Violi – Psicologa, Psicoterapeuta specializzata presso Istituto ANEB. Terapeuta EMDR. Maestra d’Arte. Cultrice di scrittura autobiografica ed esperta nella conduzione di laboratori autobiografici (LUA). Autrice di diversi articoli e scrittrice.