ESSERE virgola UMANO
AUTOPOIESIA? Il potere della parola
Abstract
Autopoiesia è un neologismo, un gioco di parole che ho coniato, che ci permetterà di viaggiare tra complessità, sviluppo umano, linguaggio, immaginario, creatività e poesia, senza dimenticare l’importanza del corpo. Sarà forse cogliendo poeticamente la vita che si potrà entrare in dialogo con la vita stessa? Una domanda aperta per riflettere insieme sul potere della parola e sul senso del nostro Essere, Umano. Relazione svolta al Festival della Complessità 2025, Essere, Umano, 27-29 giugno, Tarquinia.
Premessa: Essere virgola Umano
Immagine digitale creata da Francesca Violi, Essere virgola Umano, 2025
La virgola è lì. Con una pausa breve separa l’Essere dall’Umano, così come noi ci separiamo apparentemente dal Tutto attraverso l’autocoscienza, pur rimanendone interrelati. La pausa ci riporta al ritmo. La vita è movimento. La vita umana è legata a ritmi fisiologici e naturali. In musica la pausa, il silenzio, la cui corretta esecuzione è cruciale, contribuisce all’interpretazione e alla comprensione del brano. La pausa non è semplicemente un’assenza di suono, ma è un elemento espressivo che contribuisce all’atmosfera del brano. “Essere, virgola, Umano” potrebbe essere allora, se pensiamo alla musica e al ritmo, anche un verso poetico in cui intravedere sonoramente la nostra natura.
Essere, Corpo e Relazione
In quanto esseri umani, non possiamo prescindere dal corpo, dal nostro corpo, dal corpo vivo, Korper und Lieb, termini tanto cari alla fenomenologia e alla psicosomatica.
Prendiamo, dunque, la mano come simbolo del nostro avere un corpo ed essere un corpo. Con la mano “afferriamo” il mondo, gesto tanto caro alle neuroscienze nella costruzione della mappa neurale del bambino in relazione all’ambiente.
Con la mano tocchiamo. Il senso del tatto, esteso a tutta la pelle, così fondamentale, come ci ricorda Harlow nei suoi esperimenti, da essere preferito al nutrimento. Il senso del tatto si concentra via via nella mano del bambino, nel conoscere il mondo, cercando gradualmente di dare una forma a quelle atmosfere senza confini in cui è immerso fin dalla nascita.
Il bambino guarda la mano, la usa e nell’esperienza quotidiana, arriva ad associarla alla sua volontà e attraverso di essa continua ad esplorare di nuovo il mondo e se stesso e il suo corpo, in modo nuovo, ossia coscientemente, per tutta la vita. Poi di nuovo libera la mano con la posizione eretta e in quel momento, dopo aver lungamente allenato il corpo e l’apparato fonatorio, il linguaggio permette di dire “Io” a se stesso e ri-conoscersi come Essere, Umano. Inizia così ad essere e avere un corpo. «Senza la riflessione del linguaggio che ci fa dire io, non sarebbe possibile riconoscersi», ci ricordano Gallese e Morelli (2024, p. 69) e aggiungono che essere umani significa essere «cablati per connetterci con l’altro» (Gallese, Morelli, 2024, p. 24).
Già l’antropologo Francesco Remotti (2021) aveva mutuato il termine individuo in coindividuo, riconoscendo il primato relazionale del nostro essere umani e l’interrelazione complessa che come esseri viventi ci definisce in relazione all’altro e al tutto.
Ci parlano di “paradigma corporeo, basato sulla relazione”, e di corpo come “sorgente prima delle potenzialità relazionali che definiscono il nostro mondo e il contesto sociale in cui ci sviluppiamo”. Proprio l’imitazione neonatale sembra essere il primo strumento che abbiamo, innato, per sintonizzarci con l’altro e studiando il feto si è scoperto che proprio gli schemi motori il cui controllo è più sofisticato sono quelli diretti verso l’altro, già alla sedicesima settimana di gestazione.
La relazione è ovunque: ci appare come una dimensione frattale dell’essere umani, cioè una dimensione che si ripete a diversi livelli di scala, mantenendo caratteristiche simili.
La relazione se parliamo di essere umano non può prescindere dal corpo vivo, chiamato dai fenomenologi Lieb. In tedesco infatti le parole per designare il corpo sono due: Korper, per designare il corpo materiale, oggetto di studio delle scienze della vita e il Lieb che si riferisce all’esperienza vitale che grazie al corpo facciamo del mondo.
Il concetto stesso di empatia trova le radici proprio nel Lieb, in quanto l’esperienza è sempre l’esperienza di qualcuno, di una soggettività frutto di corpo, relazione e movimento che percepisce secondo la sua biografia. La nostra percezione dell’altro non è mai dunque diretta, ci possiamo solo approssimare. La nostra esperienza è la nostra. L’alterità è costruita su una relazione di somiglianza, di compartecipazione. Il tutto in un movimento continuo.
Essere, Movimento e Conoscenza
La vita è movimento, ritmo e relazione. Noi esseri umani siamo movimento, ritmo, relazione, corpo, psiche e linguaggio. «Tutto nasce dal movimento. Il movimento come primus movens» (Gallese, Morelli, 2024, p. 30).
Il linguaggio che secondo Steiner è movimento trasformato è la nostra caratteristica specie specifica. Gli studi neuroscientifici confermano che il linguaggio infatti non è un punto di partenza, ma un’emergenza evolutiva e che il linguaggio mantiene «intatti i legami con le radici corporee da cui scaturisce e di cui costituisce l’espressione di un creativo riuso» (Gallese, Morelli, 2024, p. 13).
In Storie che curano James Hillman (2021) parlava di quanto sia importante curare non tanto il paziente quanto la storia che questi racconta su se stesso. È vero che una persona inizia un percorso terapeutico portando con sé un problema o un sintomo, ma è altrettanto vero che ciò che il terapeuta ascolta non è il dolore psichico, ma la sua narrazione. Questa narrazione, il suo stile, il modo che il paziente ha di raccontarsi, sono importanti quanto i sintomi.
La narrazione dà forma al nostro essere in movimento nel mondo, dà forma alla nostra coscienza. La narrazione è movimento trasformato che tiene insieme la multidimensionalità della vita. La narrazione è fortemente relazionata all’immaginazione, intesa nella sua forma non fantastica, ma intuitiva dei rapporti simbolici e archetipici della vita. La narrazione è uno dei modi per crearsi, per divenire se stessi.
L’essere umano è infatti, secondo Aristotele, zoon logon echon, letteralmente l’animale che possiede la parola. Nominare, parlare, descrivere, dialogare, raccontare, narrare, costruire pensieri, creare immagini e tradurre immaginari: queste alcune nostre caratteristiche specie specifiche.
La psicoterapia è il luogo in cui l’umano è considerato nella sua complessità e in cui nel rapporto intersoggettivo tra paziente e terapeuta la narrazione mantiene la sua forza profondamente trasformativa. «Una terapia riuscita è quindi una collaborazione tra narrazioni, una re-visione della storia in una trama più intelligente, più immaginativa» (Hillman, 2021 p. 28).
Conoscere se stessi, dunque, è un processo soggettivo, relativo, personale, ma nello stesso tempo collettivo, frutto delle nostre esperienze relazionale e corporee.
Il mezzo con cui l’essere umano procede nell’atto del conoscere è frutto del porsi e porre le domande. Domande che non abbiano immediata risposta, ma aprano all’osservazione e all’apprendere dall’esperienza, al sentire, al contemplare, al narrare, a cogliere le immagini che giungono dal profondo.
Nel porci la domanda ci apriamo all’esplorazione dell’ignoto e con esso cerchiamo un dialogo, un confronto. Seguendo Edgard Morin, proprio il lavoro/dialogo con l’irrazionalizzabile è uno delle condizioni del pensiero complesso: «Il pensiero complesso deve soddisfare numerosissime condizioni per essere tale: deve collegare l’oggetto al soggetto e al suo ambiente; deve considerare l’oggetto non come oggetto ma come sistema/organizzazione che pone i problemi complessi dell’organizzazione; deve rispettare la multidimensionalità degli esseri e delle cose; deve lavorare/dialogare con l’incertezza, con l’irrazionalizzabile; non deve più disintegrare il mondo dei fenomeni ma tentare di renderne conto mutilandolo il meno possibile» (Morin, 1988, p. 196).
Conoscere è dare senso e significato. Noi esseri umani in quanto animali simbolici non possiamo non dare significato alla realtà. Essere umani non può prescindere, dato che siamo dotati di autocoscienza, da un conoscere che diventi comprendere, da prehendere cum, “tenere insieme”, dall’abbracciare (Violi, 2024, pp. 21-28) con tutti i sensi del corpo e dell’immaginario, ciò che siamo e ciò che c’è, noi interrelati al mondo, noi in relazione con l’Altro.
Byung-Chul Han interrogandosi su informazione e narrazione denuncia il pericolo di un appiattimento e di una distorsione della realtà derivante dall’informatizzazione e dal digitale. Portando l’attenzione sulla necessità di recuperare «una narrazione capace di trasformare e di aprire un mondo […] che emerge e prende forma grazie a un processo complesso […] espressione di una tonalità emotiva del tempo» (Han, 2024, p. 7).
Narrare è un gioco di luci e ombre, di visibile e invisibile, vicinanza e lontananza. L’odierno disincanto è il risultato dell’informatizzazione del mondo e il suo modello di riferimento è la trasparenza. Essa disincanta il mondo riducendolo a dati e informazioni (Han, 2024, p. 69). Ogni narrazione infatti presuppone qualcosa di segreto e di magico (Han, 2024, p. 70) – e denuncia – stiamo perdendo la capacità di narrare (Han, 2024, p. 71). Racconto e informazione sono forze contrapposte (Han, 2024, p. 9) – all’informazione manca la stabilità dell’essere. Essere e informazione si escludono a vicenda. L’informazione non è portatrice di senso, mentre nel racconto il senso transita (Han, 2024, p. 10).
Sarebbe interessante qui aprire una parentesi sulla differenza tra informazione e in-formazione e sulla differenza tra segno e simbolo, ben declinato nel libro Dal segno al simbolo (Biava, Frigoli, Laszlo, 2014) partendo proprio dalla definizione che Ervin Laszlo dà di in-formazione, che qui però solo cito, rimandandone l’approfondimento.
Per quello che riguarda l’ambito psicoterapeutico, concordo con Byung-Chul Han quando egli dice che «ogni malattia si mostra anche come un blocco interiore che può essere superato attraverso il ritmo del narrare. La mano che racconta distende le tensioni, scioglie le paralisi e gli irrigidimenti. Essa riporta le cose in equilibrio, cioè le fa nuovamente scorrere» (Han, 2024, p. 93). La malattia e i disordini psicosomatici sono espressione di una narrazione bloccata. Nel momento in cui il paziente riprende, in terapia, a narrarsi liberamente allora è “guarito”. Dove per guarigione si intende un recupero del proprio senso nel mondo. Nel riportare alla parola ciò che non si è in grado di raccontare. La fantasia narrativa è curativa, se per fantasia intendiamo l’alta fantasia di Dante di ispirazione calviniana e di una narrazione che dialoghi con l’immaginario archetipico. Ascolto e narrazione si co-appartengono e questo bene lo sanno gli psicoterapeuti e gli psicoanalisti.
Che sia forse necessario recuperare ascolto profondo, dialogo interiore e narrazione per essere umani?
La parola è un ponte tra il dentro e il fuori. Quando la parola prende forma in noi – scritta o parlata – quel movimento trasformato dona una forma a un immaginario, dà forma alla mente, a nuove forme di vita e di pensiero che sono relazionali, metaforiche, poetiche, immagini vive.
Autopoiesia? Il potere della parola
Immagine digitale creata da Francesca Violi, Autopoiesia?, 2025
Autopoiesia è sintesi di autopoiesi e poesia, è una parola ponte tra uno dei concetti cardine delle scienze della complessità e l’espressione più alta delle arti umanistiche, autopoiesia ci conduce all’essere, umano, nelle sue caratteristiche specie specifiche che lo differenziano dalla Natura pur rimanendovi interrelato. Così come ho scritto nella premessa Essere virgola Umano.
Autopoiesi
L’autopoiesi è un termine coniato negli anni Settanta da Humberto Maturana e Francisco Varela, due biologi cileni della Scuola di Santiago che svilupparono la teoria dell’autopoiesi, nel tentativo di rispondere alla domanda generale ed ambiziosa: che cos’è la vita?
«Sin dalla mia infanzia mi sono interessato di animali e di piante e spesso mi chiedevo che cosa li facesse vivere. Così nel 1948, mio primo anno come studente di medicina, scrissi un poema la cui prima strofa era:
Che cos’è la morte per colui che la guarda?
Che cos’è la morte per colui che la sente?
Angoscia ignota, incomprensibile
Dolore che l’egoismo porta con sé, per l’uno
silenzio, pace o nulla, per l’altro.
Tuttavia l’uno sente
che il suo orgoglio si ribella, che la sua mente
non sopporta che dopo la morte nulla rimanga
che dopo la morte ci sia solo la morte.
L’altro, nella sua pace, nel suo silenzio
nella sua incosciente sublimità sente,
nulla sente, nulla sa,
perché la morte è la morte
e dopo la morte c’è la vita
che senza la morte è solo morte»
(Maturana, Varela, 2024, p. 23).
Un sistema è vivo se è autopoietico, ci dissero dunque Maturana e Varela agli inizi degli anni ‘70.
L’Autopoiesi è la capacità di un sistema vivente, di mantenere la propria unità e la propria organizzazione, attraverso le reciproche interazioni dei suoi componenti. In greco auto: se stesso, poiesis: creazione. Auto fa riferimento all’autonomia dei sistemi auto-organizzati, mentre poiesis fa riferimento alla capacità dei sistemi viventi di autoriprodursi. Autopoiesi significa autocreazione o produzione di sé.
L’apparente contraddizione tra i cambiamenti interni della cellula e la costanza della sua struttura complessiva, porta Maturana e Varela a notare che la principale funzione della cellula è mantenere la propria individualità nonostante la miriade di trasformazioni chimiche che hanno luogo all’interno. L’automantenimento avviene attraverso un meccanismo di autogenerazione dall’interno. La vita costruisce se stessa dall’interno. Pensiamo, per esempio al nostro corpo, al continuo ricambio cellulare di ogni nostro tessuto e organo e alla costanza della nostra struttura.
La cellula, l’essere vivente è un sistema termodinamicamente aperto, ha bisogno di scambi di energia. L’essere vivente secondo Maturana e Varela interagisce con l’ambiente in modo “cognitivo” in quanto l’organismo “crea” il proprio ambiente e l’ambiente permette la realizzazione dell’organismo.
Ecco come Maturana e Varela approfondiscono il legame strutturalmente inscindibile tra essere vivente e ambiente dicendo: «una perturbazione dell’ambiente non contiene in sé la specificazione dei suoi effetti sull’essere vivente, ma è questo con la propria struttura che determina il suo stesso cambiamento in rapporto alla perturbazione (…) lo stesso vale per l’ambiente, per cui l’essere vivente è una fonte di perturbazioni e non di istruzioni […]» (Luisi, 2014, p. 176). Non ci viene forse in mente il concetto di resilienza?
La capacità di riprodursi non è un criterio essenziale del vivente, nonostante la riproduzione sia fondamentale per la biodiversità, ma prima di parlare di riproduzione è necessario che ci sia il “contenitore” e il pattern di auto-organizzazione che rendono possibile la riproduzione di se stessi, l’autopoiesi appunto.
Autopoiesi e cognizione
L’organismo vivente è caratterizzato da un’autonomia biologica ma al tempo stesso strettamente dipendente dal medium esterno per la sua sopravvivenza. L’interazione con l’ambiente è strutturalmente determinata, determinata dall’organizzazione interna dell’organismo vivente.
L’ambiente è “creato” dall’organismo vivente attraverso una serie di interazioni ricorsive, che a loro volta sono state prodotte durante la reciproca co-evoluzione (Capra, Luisi, 2014, p. 183).
Il biologo Lewontin Richard conferma dicendo «gli organismi non fanno esperienza dell’ambiente, essi lo creano. Costruiscono il loro proprio ambiente con le particelle e i pezzi del mondo fisico e biologico e fanno ciò attraverso le loro attività» (Capra, Luisi, 2014, p. 183).
Ciò ci fa pensare al Daimon di Hillman, all’inconscio che dà forma al conscio, allo spirito che dà forma alla materia. È allora fondamentale definire il termine “cognizione”, inseparabile dall’autopoiesi. Un organismo vivente è sempre dotato di cognizione, di “mente”. La mente è sempre presente in una struttura corporea e un organismo vivente è capace di cognizione, si parla oggi di mente incarnata, embodied mind.
«La mente è dunque l’essenza dell’essere in vita» (Capra, Luisi, 2014, p. 321).
Il fenomeno della mente è inseparabile dal fenomeno vita. Vita e cognizione sono inseparabilmente collegate. Già Gregory Bateson aveva avuto la stessa intuizione, ossia l’identificazione della cognizione col processo di conoscenza e col processo della vita. La cognizione secondo Maturana e Varela è l’attività coinvolta nell’autogenerazione e nell’autoperpetuazione delle reti viventi. L’attività mentale è l’attività organizzativa dei sistemi viventi a tutti i vari livelli di vita.
La cognizione coinvolge l’intero processo vitale – includendo percezione, emozione e comportamento – e non richiede necessariamente un cervello e un sistema nervoso. Nel saggio Biology of cognition (1970/80) Maturana afferma che: «I sistemi viventi sono sistemi cognitivi, e vivere, in quanto processo, è un processo cognitivo. Questa dichiarazione è valida per tutti gli organismi, che possiedano o no un sistema nervoso» (Capra, Luisi, 2014, p. 322).
I nostri processi cognitivi differiscono dai processi cognitivi di altri organismi solo nei tipi di interazione in cui possiamo intrattenerci, come ad esempio quelle linguistiche, ma non nella natura del processo cognitivo in sé. La cognizione non è la rappresentazione di un mondo che esiste indipendentemente, ma piuttosto la continua produzione di un mondo attraverso il processo di vita. Le interazioni di un sistema con il proprio ambiente sono interazioni cognitive e il processo della vita è in se stesso un processo cognitivo.
Vivere è conoscere. Se dunque pensiamo alla cognizione di Maturana e Varela.
Vivere è comprendere. Se guardiamo dal punto di vista del pensiero sistemico complesso.
Vivere è narrare. Se vogliamo dare valore alla nostra complessità specie specifica, argomento di questa relazione.
Quando per cognizione facciamo riferimento alla mente, ci riferiamo non alla mente razionale, ma all’anima in sanscrito atman, in greco psychè e in latino aenemos col significato di respiro. La stesso spirito in latino spiritus in greco pneuma e in ebraico ruah, significano respiro. Vogliamo dunque riferirci alla cognizione come respiro della Vita.
Poesia
Si intende con poeṡìa s. f. [dal lat. pŏēsis, che è dal gr. ποίησις, der. di ποιέω «fare, produrre»]. – l’arte (intesa come abilità e capacità) di produrre composizioni verbali in versi, cioè secondo determinate leggi metriche.
Riprendiamo il termine Poiesis, al greco poieo, ποίησις significa propriamente “il fare dal nulla” (Platone, Symposio, 205, b), e appare la prima volta in Erodoto, (ii, 82), col senso di “creazione poetica”, a ricordarci che l’atto creativo accade dal nulla, da quel otium che è quiete e silenzio, che è pausa, come quella virgola, uno spazio intermedio.
La poesia ha ritmo, struttura, le sue parole sono parole simbolo, metafore, immagini che sono frutto della capacità del poeta di cogliere l’oltre e tradurla in immagini appunto vive, in cui ognuno possa sentire sensorialmente nel corpo e nell’anima ciò che il poeta ha sentito vibrare nel suo cuore.
Calvino stesso individua, nell’intervista lasciata a Raiuno, tre chiavi, tre talismani che consiglia per il Duemila: imparare le poesie a memoria, molte poesie a memoria.
Il primo è proprio legato alla poesia, arte che in Lezioni Americane non dimentica di riprendere più volte citando numerosi autori e poeti e regalandoci diverse immagini, come quella del poeta-filosofo: «Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite» (Calvino, 2022, pp. 15-16) o il poeta del vago: «Il poeta del vago può essere solo il poeta della precisione, che sa cogliere la sensazione più sottile con occhio, orecchio, mano pronti e sicuri. (…) la ricerca dell’indeterminazione diventa l’osservazione del molteplice, del formicolare, del pulviscolare» (Calvino, 2022, p. 63).
Concordano sul valore della poesia, Gallese e Morelli (2024) che ritengono la «creazione poetica la migliore candidata a cercare una morfologia dell’umano»; Byung-Chul Han (2024) che citando Novalis eleva la poesia a medium della riconciliazione e dell’amore, unificando gli esseri umani e le cose in una comunione più intima: «La poesia eleva ogni singolarità tramite una peculiare connessione con la rimanente totalità […] l’individuo vive nella totalità e quest’ultima nell’individuo. Attraverso la poesia nascono la simpatia e la coattività supreme, la comunione più intima fra finito e infinito»; e Diego Frigoli «L’universo è un mistero costruito in forma “poetica”, un continuo infinito che si dipana in infinite molteplicità di forme che ci appaiono come finite e temporali” e ancora “la poesia con le sue metafore, allegorie e simboli è forse la costruzione più concreta, assieme alla musica, che fra le possibili forme d’arte parla, aderendo per via immediata ad un’altra “acqua”, che in noi» (Frigoli D. in Quaderni Asolani, 2012, p.23).
È allora in quella virgola, come in un respiro, in cui possiamo cogliere la nostra essenza? È in quel silenzio e in quello spazio intermedio in cui le polarità si fondono e confondono, che possiamo cogliere l’infinito e il finito, l’Essere e l’Umano? In quell’apparente interruzione? In quel segno che diventa simbolo se visto con sguardo poetico? Sarà dunque cogliendo poeticamente la vita che si entrerà in dialogo con gli archetipi e la vita stessa? Sarà cogliendo poeticamente la vita che respiriamo la vita stessa? IMMAGINE 3
È interessante scoprire come proprio il gioco dei bambini, la loro seria e impegnata attività di giocare e fingere, da fingo, “immaginare”, coincida con poieo, con la nostra capacità creativa. E come i bambini stessi vivano un continuo stato di contemplazione e meraviglia nel scoprire loro stessi e il mondo.
Al gioco, all’immaginazione è legata la creatività. La creatività è la nostra disposizione specie specifica in base alla quale siamo in grado di comporre e ricomporre in modi almeno in parte originali ciò che vi è disponibile del mondo. La creatività è anche legata all’immaginazione ed è creatrice di mondi. La creatività è possibile nella presenza di un corpo che dà forma, che sperimenta e traduce un immaginario, un movimento dell’anima, cogliendo lo spirito del tempo, del contesto e del profondo.
Vivere è dunque anche immaginare e giocare.
Già Antoine de Sant-Exupery lo suggeriva nel Piccolo Principe nelle sue parole: «Guardare con lo sguardo del bambino» e l’«essenziale è invisibile agli occhi».
Il potere creativo della parola
La parola dà forma alla coscienza. La parola ha potere creativo.
La parola è creatrice nella cosmogenesi: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Vangelo di Giovanni 1, 1-18); «Dio disse: Sia la Luce! E la luce fu» (Genesi 1, 3).
Lo stesso fecero: Thot, dio egizio della parola, della scrittura e delle formule magiche, che poteva creare semplicemente pronunciando il nome; Ptah, dell’Antico Egitto, di cui si racconta abbia creato il mondo con il pensiero mediante il cuore e la lingua; Ahura Mazda, antica Persia, religione zoroastriana, che crea il mondo con il pensiero in una unione di immagini e parole; Allah, nel Corano «Allah crea ciò ch’Egli vuole, allorché ha deciso una cosa non ha che da dire: Sii; ed essa è» (Cor, 3, 42-47).
Inoltre nella Bibbia, non solo la parola determina la creazione, ma le cose esistono perché vengono nominate: «Dio chiamò la luce giorno e le tenebre notte, Dio chiamò il firmamento cielo, Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare» (Genesi 1,5; 1,8; 1,10) e Dio affidò ad adham il compito di dare un nome a ciascun essere vivente.
Nella tradizione giudaico cristiana il nome è vita e la parola mette ordine.
La parola in sé è vita, è compimento del processo generativo del pensiero. La parola è il parto del pensiero e conserva tutta la potenza dell’atto generativo. Grazie ad essa, il pensiero, come tutto ciò che nasce, esce dal mondo dell’invisibile per manifestarsi nel mondo visibile. La parola è frutto di un atto di creazione ed essa stessa ha la capacità di generare.
Pensate al bambino che nel momento in cui dice Io a se stesso, riconosce se stesso e mette al mondo se stesso attraverso la parola come individuo, in quell’Io nasce la coscienza autoriflessiva specie specifica del nostro essere umani, dotati di pensiero, parola e immaginazione.
Le parole creano la realtà. Anche un testo alchimista nel 1908 ci conferma la stessa cosa. Il Kybalion a tal proposito apre una ulteriore riflessione sulla relazione tra l’Uomo e il Tutto, a cui noi sostituiremo il termine VITA e si chiede: come crea l’uomo e come crea la vita? Innanzitutto, in quale modo l’uomo crea sul proprio piano dell’esistenza? In tre modalità: crea realizzando forme da materie esterne; riproduce la sua specie con un processo di generazione; «può produrre mentalmente […] in tal modo raggiunge la creazione mentale senza ricorrere alla riproduzione e senza usare materiali esterni » (Kybalion, 2010, pp. 47-48). Non è per caso autopoiesi?
E la VITA? «la vita crea l’universo mentalmente mediante un processo analogo a quello usato dall’uomo per creare le immagini mentali”. […] Il processo usato dalla vita nella creazione degli universi è in fondo simile a quello con cui noi, mentalmente ci creiamo un mondo nuovo. La differenza è che il nostro è la creazione di una mente finita, l’altro è il prodotto di una mente infinita, superiore; se sono simili nella specie differiscono infinitamente per grado» (Kybalion, 2010, pp. 47-48). «Nella sua mente infinita la vita crea infiniti universi che esistono per tempi diversi, nell’ordine di eoni. Ma per la vita, creazione, sviluppo, regresso e morte di un miliardo di universi, non hanno durata maggiore di un battito di ciglia» (Kybalion, 2010, pp. 49) mentre per noi c’è uno spazio-tempo corporeo. IMMAGINE 4
Quindi la nostra capacità mentale immaginifica partecipa alla co-creazione del nostro ambiente col il quale siamo in co-evoluzione? Quali immagini e quali parole mantengono la capacità creativa? tutte? se sì, quali implicazioni hanno le nostre creazioni mentali e le nostre parole sulla costruzione del nostro mondo e ambiente? Come sono collegate immagine e parola?
Il potere curativo e guaritore della parola
Aristotele, come suddetto, ha definito l’essere umano anthropos zoon logon echon, letteralmente l’essere umano è animale che ha la parola, cha fa uso del linguaggio. E nel participio passato echon (che sta ad indicare la modalità secondo cui l’essere umano è in rapporto con il logos, la parola) non indica soltanto “avere” nel senso di possedere, ma anche di averne cura. L’essere umano non è dunque caratterizzato soltanto dall’avere di fatto l’uso della parola, ma più significativamente, dalla capacità di prendersi cura di essa (Muntoni, Priori, 2024, p.18).
Traggo sempre da Lezioni Americane di Calvino, prima per definire il rapporto tra parola e immagine: «la parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto. Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti) con discrezione e cautela, col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole» (Calvino, 2022, p. 76). Poi nel riportare Leonardo e il foglio 265 del Codice Atlantico: «Nel foglio 265 del Codice Atlantico, Leonardo comincia ad annotare prove per dimostrare la tesi della crescita della terra. Dopo aver fatto esempi di città sepolte, inghiottite dal suolo, passa ai fossili marini ritrovati sulle montagne, e in particolare a certe ossa che suppone siano appartenute a un mostro antidiluviano. A quel momento la sua immaginazione deve essere stata affascinata dalla visione dell’immenso animale quando ancora nuotava tra le onde. Fatto sta che capovolge il foglio e cerca di fissare l’immagine dell’animale tentando per tre volte una frase che renda tutta la meraviglia dell’evocazione. O quante volte fusti tu veduto in fra l’onde del gonfiato e grande oceano, col setoluto e nero dosso, a guisa di montagna e con grave e superbo andamento! Poi cerca di movimentare l’andamento del mostro, introducendo il verbo volteggiare: E spesse volte eri veduto in fra l’onde del gonfiato e grande oceano, e col superbo e grave moto gir volteggiando in fra le marine acque. E con setoluto e nero dosso, a guisa di montagna, quelle vincere e sopraffare! Ma il volteggiare gli sembra attenui l’impressione di impotenza e di maestà che egli vuole evocare. Sceglie allora il verbo solcare e corregge tutta la costruzione del passo rendendogli compattezza e ritmo, con una sapienza letteraria sicura: O quante volte fusti tu veduto in fra l’onde del gonfiato e grande oceano, a guisa di montagna quelle vincere e sopraffare, e col setoluto e nero dosso solcare le marine acque, e con superbo e grave andamento! L’inseguimento di questa apparizione che si presenta quasi come simbolo della forza solenne della natura, ci apre uno spiraglio su come funzionava l’immaginazione di Leonardo. Vi consegno questa immagine in chiusura della mia conferenza perché possiate custodirla nella memoria il più a lungo possibile in tutta la sua limpidezza e il suo mistero» (Calvino, 2022, pp. 78-79).
La ricerca delle parole per rendere l’immagine sembra un vero e proprio atto magico.
In quanto psicologa psicoterapeuta la parola è lo strumento della psicoterapia, le parole hanno profondo valore trasformativo e relazionale. Quando devo spiegare a mia figlia che lavoro faccio le dico semplicemente: curo e guarisco con le parole! Esistono infatti fin dai tempi antichi parole che erano in grado di curare.
Prendiamo ad esempio la parola Abracadabra, essa significa “Creo come parlo”, Avrah Kadabra: ciò che dico si avvera, la parola diventa realtà, parola nota appunto per il suo potere curativo. Quindi l’altro grande potere della parola è che essa è curativa. Diventa tanto più curativa quanto più ce ne prendiamo cura, riconoscendo il potere contemporaneamente creativo e curativo. Attraverso le parole con cui il paziente ci parla noi entriamo nel suo mondo e si connota l’immaginario che andiamo via via a costruire e disegnare mentalmente nel tentativo di comprenderlo e attraversare la sua storia.
Ma attenzione il linguaggio, la parola, non solo hanno effetto su chi ascolta, ma anche sul narratore. La relazione analitica è formata da due individui il cui incontro genera un campo intersoggettivo co-creato (ciò che Odgen definisce “terzo analitico”) di scambio inconscio.
Hillman parla di terapia come collaborazione tra narrazioni e definisce la psicoterapia una sorta di poesia dotata di una narrativa che cura. Il “fare anima” è fare “poiesis” (Hillman, 2021, p. XVIII). Era la storia, non lei, che aveva bisogno di essere curata; aveva bisogno di essere reimmaginata (Hillman, 2021, p. 27).
Proprio questo terzo analitico è infatti elemento vivo e mutevole in cui le immagini e le parole come esseri viventi autonomi si autogenerano ed entrano in comunicazione con la diade. Il terapeuta si fa portavoce e partecipe insieme al paziente di questo campo intersoggettivo veicolando la parola nel tono della voce, nel timbro, nel volume e nel corpo con la gestualità e la sua sensibilità, dando forma con le parole a ciò che sente, vede e intuisce, a ciò che si muove nel campo e avverte nel corpo, così come fa il poeta.
Questo è forse il famoso dialogo/lavoro con l’irrazionalizzabile di Morin, sopra nominato, essenziale per poter parlare di pensiero sistemico complesso e conoscere la realtà?
È nella parole e nelle immagini emesse e narrate nella relazione terapeutica e co-generate che avviene la guarigione. Dove per guarigione non si intende l’assenza della malattia, ma il recupero del senso di sé, di fronte agli accadimenti della vita. Curare è diverso da guarire… tutte le psicoterapie curano, ma solo alcuni momenti particolari che si vengono a creare in psicoanalisi, veramente guariscono l’anima, ossia la trasformano e la trasmutano. Sono punto di non ritorno.
Se torniamo di nuovo alla poiesis e al far nulla… lo psicoanalista nella sua postura di ascolto e silenzio, mettendo a tacere se stesso ed entrando come in contemplazione di ciò che accade nella relazione può cogliere queste immagini e dare loro parola, e con questa parola ricreare il senso. Così come fa il poeta.
Perciò parliamo di una Psicoterapia basata sul simbolo e in dialogo con l’immaginario.
Hillman dice «la psicoterapia è l’arte che coltiva l’attività immaginativa, è un’educazione all’abilità immaginativa. Nell’atto di cogliere l’immagine, la coscienza poetica e quella terapeutica si fondono in un unico punto focale: l’interesse appassionato per l’immagine. Tutti siamo pazienti dell’immaginazione» (Hillman, 2021, p. XVIII-XIX).
«Se l’occhio non si esercita non vede,
se la pelle non tocca, non sa
se l’uomo non immagina, si spegne»
(Dolci, 2016, p. 87).
Un terapeuta dunque poeta. Un terapeuta sognatore, che si ispira alla rêverie di Bachelard, a quel sognare ad occhi aperti per abitare poeticamente il mondo, che non è fuga dalla realtà ma una immaginazione guidata, simile all’Alta fantasia di Dante, che permette di abitare più profondamente la realtà stessa. La poesia è il luogo in cui la rêverie si svolge, Il poeta è colui che sa cogliere e fissare le immagini della rêverie, offrendole al lettore perché a sua volta possa sperimentare il proprio stato di sogno. La poesia, dunque, non descrive la realtà, ma la crea attraverso le immagini della rêverie. È un sognare a occhi aperti come atto di creazione e di profonda conoscenza di sé e dell’universo.
Di nuovo ci aiuta Calvino a cogliere il movimento autonomo delle immagini che si dipanano nell’immaginario del poeta, del terapeuta, dello scrittore: «Appena l’immagine è diventata netta nella mia mente, mi metto a svilupparla in una storia, o meglio, sono le immagini stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé. Attorno a ogni immagine ne nascono altre, si forma un campo di analogie, di simmetrie, di contrapposizioni » (Calvino, 2022, p 90).
Non è forse il processo di immaginazione attiva di Jung, ciò di cui sta scrivendo Calvino? Quell’esplorazione delle immagini profonde con cui Jung si è posto in dialogo visibile in tutti i suoi movimenti nel Libro Rosso?
«Sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato…»
(Dolci, 2016, p. 112)
E con Dolci torniamo alla potente forza trasformativa del campo intersoggettivo della relazione psicoanalitica che da immagine si fa parola… e da anamnesi romanzo sognato.
Alcune suggestioni e spunti di riflessione
Facciamo ora qualche esempio per scendere in qualche dettaglio del potere creativo della parola e il potere curativo e guaritore della parola. Abbiamo detto che il nome è vita e parola mette in ordine. Prendiamo allora il nome di Battesimo, ognuno di noi alla nascita riceve un nome che è molto di più del nome stesso (Il nome di Dio è Dio, ma Dio non è un nome). Cosa racchiudono i nomi nella loro sonorità, nella loro scelta, nella storia famigliare? Quale immaginario vive nella scelta di quel nome, quale immagine, quale Daimon?
Pensiamo poi invece al modo in cui parlo di me stesso, del mio sintomo o del mio corpo, come mi definisco. La parola connota il Lieb delle esperienze esprimendo il vissuto personale, la propria storia. Se io dico “Un tuffo al cuore”, “Un peso al cuore”, “Una pugnalata al cuore”, connoto senza dubbio un problema al cuore, ma metaforicamente in accezioni molto diverse.
Pensiamo alla potenza di una diagnosi, che Hillman definisce l’“assassinio del personaggio” (Hillman, 2021, p. 23) in quanto l’identificazione con la diagnosi – che è una gnosi che crea un cosmo – può diventare la nostra realtà facendoci perdere la spontaneità dei movimenti di narrazione delle immagini interne, in cui sono i personaggi che fanno la storia, le immagini vive. Superando la cristallizzazione della diagnosi possiamo recuperare la capacità narrativa e la totalità di noi e attraverso la narrabilità stessa uscire dalla malattia, risignificandola in un senso più ampio di vita.
Pensiamo a parole come “crisi” di cui se non ne conosciamo l’etimologia, ne viviamo l’associazione dettata dall’uso comune, come evento negativo, senza approfondirne il valore profondo di scelta! Perché crisi, etimologicamente vuol dire proprio scelta!
La parola inoltre lascia intravedere il contesto, il mondo da cui emerge, frutto dell’individuo e del suo ambiente. Riprendiamo le definizioni che ogni disciplina può dare, per esempio, dell’essenza relazionale umana: “cablati per connetterci agli altri” dalle neuroscienze, “animali relazionali” dalla filosofia, “coindividui” dall’antropologia.
Ogni parola ci restituisce un’immagine: la prima definizione potremmo dire ci rimanda un’immagine meccanica e tecnica; la seconda si connota invece con un’accezione istintuale, si sente il sangue caldo; la terza si offre a noi facendoci sentire l’orizzontalità del nostro essere profondamente interrelati e inseparabili. E potremmo proseguire nelle diverse sfumature racchiuse nel diverso sguardo della medesima realtà.
Vorrei allora provocatoriamente chiudere con una riflessione poetica sulla parola “trauma” e su quanto lo sguardo e la narrazione che utilizziamo per noi influiscano su chi siamo e come ci relazioniamo col mondo. Ognuno ha la propria storia e in essa ognuno potrebbe individuare più di una ferita, più di un cambiamento, più di un passaggio, un trauma. Forse potremmo quasi iniziare a pensare che le ferite e le cicatrici facciano parte della vita, come passaggi, momenti di movimento della vita stessa. La ferita apre un varco, interrompe una continuità, attraverso la quale si può vedere altro e oltre. Vorrei allora fare un passo oltre ampliando il concetto di trauma, superando la sua definizione etimologica di “ferita” e donandogli nuovo senso in un’ottica vitale. Mi sposto così, e volgo lo sguardo, alla lingua tedesca. traum in tedesco significa “sogno”. Voglio immaginare il trauma come un “sogno”.
Leggere quegli eventi, quei ricordi come simbolo di altro che il mio Io deve ancora comprendere. Vedere la mia storia con un altro sguardo che mi permetta di rileggere gli eventi in un’ottica nuova, diversa, simbolica. Uno sguardo che vada anche oltre i miei antenati, in un senso più ampio di coscienza.
Voglio pensare che, come in un sogno, ciò che ci accade non sia immediatamente decifrabile, ma si dipani nel tempo e ci possa essere chiaro solo vivendo.
Voglio essere il custode di questo sogno e viverne il movimento.
Voglio una mente sognante, un occhio sognante
che non chiude ma apre,
che non sa, ma guarda e si fida di ciò che c’è
e di ciò che non sa.
Non facendo nulla qualcosa accade.
Poieo.
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